Pola era un’enclave controllata dalle truppe inglesi dal 10 giugno 1945, dopo l’occupazione titina di 40 giorni, durante la quale sparirono 950 italiani e solo 42 fecero ritorno vivi. Sulla spiaggia della città portuale istriana, affollata per la popolare manifestazione di nuoto della società “Pietas Julia”, il 18 agosto 1946, si verificò lo scoppio di un grosso arsenale di esplosivo uccidendo oltre un centinaio di italiani. “Per il dottor Geppino Micheletti e l’altro chirurgo inglese che hanno esaminato i brandelli di resti umani di Vergarolla – ha puntualizzato Claudio Bronzin – le vittime sono da enumerare fra 110 e 116; preciso che fra questi resti ci sono una ventina di bambini e una quarantina di donne”.
Sono 64 i corpi riconosciuti e segnati sulle lapidi commemorative della orribile strage. Subito la responsabilità dell’accaduto fu attribuita agli iugoslavi, per pulizia etnica, “anche se qualche ‘storico’ negazionista e contestatore, non è concorde, avvalendosi dal fatto che mai è stata istituita una Commissione d’inchiesta, mai un processo”. Di fatto, dopo l’attentato e in seguito all’iniquo Trattato di Pace del 10 febbraio 1947, c’è un grande esodo per paura; 28.500 abitanti di Pola su 32mila circa abbandonano la città, che viene meglio annessa dagli slavi, come ha ricordato Sergio Satti, decano dell’ANVGD di Udine.

“Io ero un bambino di 11 anni – ha aggiunto Claudio Bronzin – e mi sono salvato perché stavo seduto sul pontile della Pietas Julia, punto di partenza delle gare di nuoto, ad un’ottantina di metri dal punto di scoppio; ho sentito un colpo secco dell’innesco, il boato, poi ho visto salire la colonna di fuoco e poi di fumo a forma di fungo. L’arsenale a cielo aperto era costituito da 28 cariche di profondità antisommergibile, 3 teste di siluro, 4 cariche di demolizione al tritolo e 5 bombe fumogene. Era tutto disinnescato e accatastato sulla riva a 30-40 metri dal molo in pietra. Solo 2 o 3 delle cariche esplosive, ossia dei cilindri lunghi m. 1,5 erano fuori catasta. Era stata mia zia Unda a vedere, nella stessa mattinata di festa, un tizio, una persona vestita, quindi non un bagnante, molto abbronzato, col naso ‘grosso’, che aveva notato il giorno prima nel suo negozio a Pola a comprare un panino. Il Giuseppe Covacic, o Kovacich, viene descritto come persona esperto artificiere, di statura media, carnagione scura, naso aquilino… e da quel giorno non è stato più visto a Trieste, né a Fiume, né a Pola. Mia zia ha visto questo individuo stendere un filo elettrico dall’arsenale a cielo aperto in direzione della strada di accesso alla spiaggia. In effetti, come ricordava Bepi Nider, il poeta istriano, lui con un ufficiale inglese qualche giorno dopo l’esplosione trovarono il filo che, oltrepassando la strada di accesso, andava verso una piccola cava, dove c’era ancora un sistema di innesco simile a quello usato nella miniera di Arsia”.

Nel 2008, desecretati gli archivi di Londra, dai quotidiani italiani si sa che l’artificiere che tira quel filo è il fiumano Giuseppe Kovacich, agente dell’Ozna, il sevizio segreto titino. Signor Claudio Bronzin tutta la sua famiglia era lì il giorno dell’attentato?
“C’erano tre famiglie Bronzin fin dalla mattina – ha risposto Bronzin – nello scoppio è morta mia zia Francesca, di 41 anni, sono rimaste ferite gravemente le zie Rosmunda, detta Unda, e Gina, operate e salvate in ospedale dal dottor Geppino Micheletti. Un mio cuginetto, Mario Trani, di 3 anni, era scomparso, ma l’abbiamo trovato giorni dopo perché era stato accolto da una famiglia, non parlava e non ricordava nulla, oggi abita vicino a casa mia”. Quando veniste via da Pola e con quali mezzi?
“Succede a febbraio del 1947 con la motonave ‘Pola’ – ha precisato il testimone – oltre alla celebre motonave ‘Toscana’ che sbarcava migliaia di persone a Venezia e ad Ancona, c’era anche la motonave ‘Grado’; la mia famiglia va in un Centro raccolta profughi di Trieste, gestito dagli americani, ricordo ancora la scena sconvolgente di quando mio padre Bruno e mia madre Anna, su ordine dei soldati USA, hanno dovuto spogliarsi nudi, mente io tenevo in braccio un mio fratellino neonato, e subire l’irrorazione di una polvere gialla disinfestante, forse il DDT, e poi andare alle docce, con la mia mamma poverina che cercava di coprirsi con le mani le parti intime”. Riguardo agli esuli giunti ad Ancona la signora Solidea Senigalliesi Ottaviano ha scritto di recente: “Io con i miei genitori siamo partiti da Fiume con il treno. Destinazione Ancona, dove dei comunisti ci volevano buttare in mare”.

Come mai voi siete finiti a Firenze? “Firenze, come destinazione, ci fu assegnata così. – ha detto Claudio Bronzin – Quando, prima della nostra partenza per l’Esodo, io e mio padre, aiutati dal nonno, abbiamo portato con il carro i nostri mobili alla stazione e li abbiamo messi dentro al vagone ferroviario assegnatoci, il ferroviere addetto ha chiesto a mio padre: ‘Dove vanno questi mobili? Alla risposta di mio padre: ‘In Italia!?… questo ha ribattuto che doveva scrivere un indirizzo, una località, lasciando di stucco mio padre che non aveva ancora focalizzato il… dove andare, dove portare la propria famiglia. Ma subito ha ribattuto: ‘Lei mi manda questi mobili nella città italiana più lontana dai confini’. Il ferroviere senza esitare ha scritto sul cartello: ‘Firenze’. Ecco chi ha deciso la nostra destinazione, la nostra futura città di vita. In stazione ci fecero salire su un vagone che recava la scritta ‘Profughi’, così nelle soste a Mestre, Rovigo e Bologna abbiamo subito l’assalto dei ferrovieri che ci contestavano con le bandiere rosse. La mia mamma aveva perso il latte a causa del trambusto dell’Esodo, del momento particolare e per il mio fratellino di pochi mesi, io scendo alla stazione di Bologna perché c’erano le crocerossine che ci avrebbero potuto dare un po’ di latte caldo e un pezzo di pane, ma il bidone del latte è volato sui binari, me lo ricordo bene, vicino alle bandiere rosse”. Come vi siete sistemati a Firenze? Che lavoro faceva suo padre?
“A Pola si abitava in via Carpaccio e mio padre aveva un negozio di generi alimentari, magnativa se diseva a Pola, intestato a mia madre, perché i maschi avrebbero dovuto andare in guerra – ha spiegato Bronzin – a Firenze mio padre inizia a lavorare al mercato come banconiere del Consorzio agrario, ma la voglia di un negozio tutto suo era troppo grande, così con i risparmi, nel 1948, essendo disponibile uno spazio per un’attività commerciale lo compra senza prendere la relativa licenza dal venditore, perché avrebbe voluto esibire la sua del negozio di Pola, convertendola per Firenze, ma l’Ufficio annonario comunale, era sindaco Fabiani, gli respinse la domanda dato che la licenza di Pola recava l’immagine da un lato del fascio, è proprio questa la motivazione del rifiuto, ‘perché c’era un fascio’, ma era così in tutte le licenze degli anni Trenta, allora mio padre riparlò col venditore del negozio chiedendogli la sua licenza, con l’accordo che l’avrebbe comprata se l’avessero accettata all’Ufficio dell’annona. Il fatto ridicolo è che accettarono quella licenza fiorentina, che lateralmente di fasci ne aveva addirittura due”.

Che cosa le resta di quel giorno a Vergarolla? Fu solo realpolitik mettere tutto a tacere sulla strage e assistere ancor oggi al tiramolla degli storici?
“Mi resta il fatto che non è mai stato effettuato un processo – ha concluso Bronzin – perché gli inglesi avevano tutto l’interesse che Tito abbandonasse Stalin e quindi non lo si doveva disturbare, mia zia fu interrogata più volte dai militari inglesi, ma non so che fine hanno fatto quei verbali. Poi, come mai l’esplosione è avvenuta circa un’ora dopo che si era allontanata l’unica squadra di nuoto filo-jugoslava, con una nuotatrice brava, chiamata la ‘Mulona rossa no solo de cavei dele Baracche’? [Ragazzona rossa, non solo di capelli, del rione delle Baracche?]”.
Il signor Bronzin ha scritto sull’argomento, ha concesso interviste a giornali nazionali e partecipa attivamente alle commemorazioni del Giorno del Ricordo, come a quella di Montevarchi (AR) del 2018. Qualche mese fa il Comune di Cascina (PI) gli ha concesso la cittadinanza onoraria, per aver portato la sua testimonianza di esule da Pola nei luoghi pubblici. Da ultimo, in riferimento allo scoppio di Vergarolla, si prende atto che perfino certi studiosi croati si sono accorti dell’ingombrante figura di Giuseppe Covacic, artificiere dell’Ozna.

Fonti orali e digitali – Le interviste sono a cura di Elio Varutti; si ringraziano le seguenti persone per la gentile collaborazione alla ricerca.
– Claudio Bronzin, Pola 1935, esule a Firenze, int. telefonica del 4 dicembre 2020 ed email del 6-8 dicembre 2020. – Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 20 novembre 2020. Solidea Senigalliesi Ottaviano, Fiume, vive a Grado (GO), post in Facebook del 3 dicembre 2020.
Collezioni private – Claudio Ausilio, esule da Fiume a Montevarchi (AR), fotografie.
– Claudio Bronzin, esule da Pola a Firenze, fotografie varie e Memoria [con schizzo di Vergarolla nel giorno della strage], testo in Word, 2019, p. 1; attestato di cittadinanza onoraria del Comune di Cascina (PI), stampato a colori. 2020.
Cenni bibliografici
Claudio Bronzin, “Quel 18 agosto 1946”, «L’Arena di Pola», n. 8, 30 agosto 2019, p. 2.
Dino Messina, “La strage di Vergarolla e l’esodo da Pola”, «Corriere della Sera», 27 giugno 2018.
Paolo Radivo, La strage di Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive, Libero Comune di Pola in esilio, «L’Arena di Pola», 2016.
Elio Varutti, “L’Ozna di Tito dietro la strage di Vergarolla ora si faccia luce”, «Messaggero Veneto», 12 settembre 2019, p 41.
Sitologia
Carlo Montani, Esodo istriano e memoria storica. A 71 anni dalla strage di Vergarolla, 2017.
Tea Čonč, “Eksplozija na Vergaroli u Puli 18. kolovoza 1946. godine: pokušaj rekonstrukcije i izazovi tumačenja”, Filozofski fakultet, Zagreb, 2009, PDF, pp. 133-176.

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Progetto di Claudio Ausilio. Ricerca di Claudio Ausilio e Elio Varutti. Servizio giornalistico e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo e E. Varutti. Lettori: Claudio Ausilio, Claudio Bronzin, Sergio Satti e Sebastiano Pio Zucchiatti. Revisione delle bozze: Claudio Bronzin. Grazie a Daniela Conighi. Copertina: Il pontile di Vergarolla in un’immagine degli anni ’30, ripresa dal web. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 (in fase di trasloco in Via Aquileia, 29) – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.


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