Provare gioia nel partire dalla terra dei propri avi è sconvolgente. Bisogna solo aver provato a stare vicino ai nuovi arrivati, i coloni iugoslavi e all’Ozna, la polizia politica di Tito. Il signor Benedetto Pettener (1914-1980) vuole venir via da Pola nel 1947, ma Albina Valle (1920-1999), la moglie, nonostante tutto intende aspettare, per stare accanto ai propri genitori. Del resto Pola, fondata dai Romani, menzionata da Dante Alighieri e caposaldo della Repubblica di Venezia è italiana al 95 per cento degli abitanti. Nel 1946, dopo l’attentato dell’Ozna a Vergarolla, che provoca 64 morti, l’esodo da Pola è totale. “Semo vignudi via in 28mila e 500 su 32mila residenti”. Snocciola oggi le cifre come un mantra l’ingegnere Sergio Satti, vicepresidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine nel periodo 1987-2015, assieme all’ingegnere Silvio Cattalini esule da Zara, presidente del Comitato stesso dal 1972 al 2017.

Pure Graziano Musizza, presidente emerito della Comunità degli Italiani di Parenzo, nell’affermare l’importanza degli incontri di dialogo e di amicizia fra istriani, nel 2017, ha accennato con amarezza alla “fuga di circa il 95% degli abitanti di Parenzo alla fine e dopo la seconda guerra mondiale, pur non essendo stati la gran parte compromessi col fascismo”.
È da dire prima di tutto che, come scrive nella sua tesi di laurea Francesca Lisi, dall’Ufficio Provinciale Assistenza Post-Bellica (UPAPB) di Arezzo dipendeva già dal 1945 il Centro raccolta profughi (Crp) di Arezzo, dal cui snodo ferroviario dipendeva lo smistamento in 193 Crp sparsi in Italia. Così il Ministero dell’Interno gestiva il flusso dei 350mila esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia in fuga dalle violenze titine. Tutti i 193 Crp costituitisi in Italia – secondo le laureande Sabrina Caneschi e Francesca Lisi del 1991 – erano sorti in ex campi di prigionia o nelle caserme lasciate libere dai soldati. Il campo di concentramento di Laterina fu allestito in modo da potere contenere nelle baracche circa 3.500-4.000 prigionieri. Le baracche del campo di concentramento, al momento della sua chiusura, erano state lasciate completamente vuote, prive di qualsiasi oggetto di arredamento, tranne i letti (p. 140). Da lì transitano circa 5mila profughi, secondo l’Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, custodito dal Comune di Laterina.
La chiusura del Centro di Laterina doveva avvenire nel giugno del 1963, in base alla circolare n° 7214 del 24/5/1963 della Prefettura di Arezzo, citata da Francesca Lisi. Nel mese di maggio erano ancora ricoverate nello stesso Crp 82 famiglie di profughi, di queste una parte fu trasferita in altri centri, certe persone furono dimesse, mentre altre ancora rimasero a Laterina fino al luglio seguente. Il 30 giugno 1963 furono fatti partire i 217 profughi diretti ad altri Crp, come quello di Aversa (CE). Il movimento dei profughi trasferiti è riportato nella tabella n. 1. Circa 82 persone si fermarono ancora al Crp per la fine scuola dei figli o perché anziane, poi spostate in un ospizio a Trieste. Una sessantina di profughi, infine, si fermò in Toscana, Liguria e Piemonte.
Tabella n. 1 – Trasferimento profughi da Laterina per chiusura del Crp, 30.6.1963
| Luogo di destinazione. Centro profughi di | Numero persone trasferite |
| Tortona (AL), Piemonte | 4 |
| Pigna (IM), Liguria | 16 |
| Gargnano (BS), Lombardia | 6 |
| “Le Fraschette”, Alatri (FR), Lazio | 44 |
| Brindisi, Puglia | 3 |
| Ospizio a Trieste, Crp Aversa (CE) ed altro | 82 |
| Rimanenti (Toscana, Liguria, Piemonte) | 62 |
| Totale | 217 |
Per chi fuggiva dall’Istria, come i Pettener, il traguardo era Trieste, nei 18 Campi profughi funzionanti. Poi Udine, al Centro smistamento profughi più grande d’Italia, da dove passano oltre 100mila esuli e, infine, Laterina (AR), col suo Centro raccolta profughi in mezzo ai sassi dell’Arno. La vita scorreva in lunghe baracche, con le pareti fatte di cartone o da vecchie coperte tirate su delle corde. Niente privacy. Le latrine in fondo al campo. Urla, pianti di bimbi, odori vari, stoviglie di latta, baruffe interminabili, singhiozzi femminili e il silenzio della notte rotto dal rumore dell’orina dei vicini che finiva in un improbabile vaso da notte. Ecco i ricordi vissuti a dodici anni da Lidia Pettener Hautelin. Ecco il coraggio di raccontarli oggi, senza odio e senza rancore. Poi c’è il ricordo di quel formaggio olandese da mangiare ogni santo giorno. Gli storici ci dicono che guai se non ci fosse stato, con il Piano Marshall degli USA. Poi c’è la voglia di lavorare, di andare via da Laterina, così la famiglia istriana finisce in Francia, da dove la signora Lidia oggi ci evoca il suo esodo. Anche questo è un pezzo della storia d’Italia. Sono proprio italiani due volte, per nascita e per scelta, questi che scappano dall’Istria, Fiume e Dalmazia sfuggendo alle malagrazie titine transitando in un’Italia matrigna, per finire in Francia.

Guardiamo cosa dice la signora Lidia Pettener Hautelin. “Siamo partiti da Pola il 16 luglio 1956 – ha raccontato – il mio papà voleva partire già nel 1947, ma per via della mia mamma che non voleva lasciare i suoi, siamo rimasti. Quando si sono resi conto che la vita era impossibile, le frontiere erano ormai chiuse. Per 8 anni ha fatto la domanda per partire, ma gli veniva sempre respinta. Mi ricordo ancora la gioia e l’eccitazione di quando ha ricevuto la lettera di conferma per andare via dall’Istria”.
Qualche lettore, nella presente intervista, potrà avvertire il senso di spaesamento della signora Lidia nel ricordare il passato. Nella sua Pola, invasa dagli iugoslavi, ella ha studiato alla Scuola superiore italiana “Dante Alighieri”, conosce il croato, per due anni ha vissuto nelle baracche di Laterina vicino all’Arno, in una casa a Mestre (VE) e, da decenni, parla il francese, essendosi stabilita a Cannes (Francia).
Signora Lidia Pettener con quale mezzo siete partiti da Pola? “Arrivato il giorno della partenza – ha risposto Lidia – tutti i parenti ci accompagnano alla stazione ferroviaria. Al momento di salire in treno, piangevamo tutti, poi attraverso la finestra agitavamo un fazzoletto bianco. Per me, bambina di 12 anni, era come se stessimo per andare in vacanza; oltre ai miei genitori alla partenza ci sono miofratello Aldo, nato nel 1938 ed Eugenio, del 1940, mancato nel 1968 in un incidente d’automobile”.
Siete passati pure voi per i Campi profughi, signora Lidia, come il Centro smistamento profughi di Udine? So che nel 1956 siete arrivati al Centro raccolta profughi di Laterina (AR). “Non mi ricordo con quale mezzo siamo arrivati a Laterina – ha detto la testimone – mi è rimasto in mente solamente il treno partendo da Pola. Tutti i mezzi che abbiamo preso dopo… ho tutto dimenticato. Prima abbiamo fatto una sosta di qualche giorno a Udine, ad aspettare per gli uffici, per fare documenti. Abbiamo dormito in un locale con i letti sovrapposti”.

Per caso sarete transitati in treno per Trieste? “Abbiamo fatto una sosta a Trieste – ha risposto Lidia Pettener Hautelin – e lì stavamo nei grandi cameroni con letti a castello altissimi, almeno di quattro posti. Le donne da una parte e gli uomini da un’altra. Molta confusione! Piangevo in silenzio, mi asciugavo gli occhi con la coperta pungente dell’esercito, perché non c’era il lenzuolo. Appena arrivati, mio padre e i miei due fratelli andarono in città e ognuno tornò con una camicia bianca, dicendo che per cercare lavoro è necessaria una camicia bianca. Una sera mia madre mi ha affidato a una signora che mi ha portato alla fiera per divertimento. Sono stata ipnotizzata da così tante luci, giostre, un buon odore di zucchero filato e tante prelibatezze, sfortunatamente per me, ho potuto solo sentire quel buon odore e basta. Non ho avuto il minimo piacere. C’era una tale atmosfera e così tanto rumore che mi sentivo come se fossi ubriaca. Stavo dicendo cose incoerenti e febbrili. Parlavo il croato, sapendo che non era la mia solita lingua. Questa povera donna, che era italiana, non capiva niente. Sarà stata la grande fatica dell’esodo e questo brusco cambiamento di vita che mi hanno conturbata”.
Se non chiedo troppo, vuole parlarci del vostro arrivo al Centro raccolta profughi di Laterina? E come si viveva là dentro? Avevate pure voi i divisori con le coperte appese?
“Arrivati in campo Laterina mi ricordo bene dell’ingresso e dei sentieri pietrosi – è la replica – Siamo stati indirizzati alla prima baracca per la distribuzione di attrezzature: materassi, molle, coperte militari, corde e stoviglie di alluminio. Poi siamo stati diretti a una baracca, mi sembra che fosse quella di fronte alle docce. Mio padre e i miei fratelli hanno tirato le corde e messo le coperte per separarci dalle altre famiglie. Non potevo rassegnarmi a vivere in quel luogo cupo e rumoroso: bimbi che piangevano senza sosta, persone che urlavano, bisticciavano, altri tossivano. E siccome non c’erano i bagni nella baracca, la notte si sentivano le persone che facevano la pipì. Non c’era nessuna intimità. Ero sfinita. Impossibile trovare riposo e tranquillità. Faceva anche freddo”.

Come mai siete emigrati in Francia?
“Qualche tempo dopo – ha aggiunto Lidia Pettener Hautelin – mio padre e mio fratello Aldo partirono per Parigi per cercare lavoro, in modo da farci uscire dal campo il più presto possibile. Per mangiare facevamo la fila al Crp di Laterina. Portavamo ciascuno di noi il nostro piatto in alluminio. Ad ogni pasto avevamo un pezzo di formaggio ‘Gouda’ con la crosta rossa. Ne ero talmente disgustata che non l’ho rimangiato mai più. Poco dopo ci furono assegnate due stanze in un’altra baracca. Non era un grande conforto, ma era già meglio delle separazioni con le coperte. il pavimento e le pareti erano di cemento grezzo, che doveva essere bagnato prima di spazzare altrimenti si sollevava tanta polvere! Per la doccia e il bagno si doveva continuare ad andare nella baracca pubblica”.

Per caso avete passato qualche momento di svago?
“Con la spensieratezza dei miei 12 anni, mi sono adattata rapidamente – ha replicato la signora Lidia – mio fratello Eugenio ha conosciuto dei ragazzi, uno di loro suonava la chitarra e lui la fisarmonica, era un bel divertimento per tutti! Anch’io ho stretto amicizia con due ragazze (inclusa una di Pola, Maria Ussich, che ho rivisto 28 anni dopo a Cannes). Eravamo inseparabili! Assieme andavamo in una scuola ad Arezzo dove si imparava a cucire e fare dei lavori manuali. Facevamo delle passeggiate lungo l’Arno dove l’acqua era cristallina e c’era molta corrente, ma non molto profonda, quindi, quando faceva proprio caldo potevamo rinfrescarci. Qualche volta andavamo prendere l’acqua frizzante in una sorgente abbastanza lontana dal campo. Bisognava camminare a lungo, con il caldo, era faticoso sulla via del ritorno con le bottiglie molto pesanti. Ogni tanto, quando tornavo a casa, il fondo della bottiglia scoppiava sotto la pressione. Rimanevo molto delusa, perché per noi era prezioso avere un’acqua così buona e naturale. Nei giorni di festa si ballava nella baracca prevista a questo scopo [è la baracca n. 19, NdR], era importantissimo per tutti noi profughi di avere questa distrazione. Io e le mie amiche facevamo parte della corale (mi ricordo bene della bellissima canzone Barcarola), il professore del coro era Albanese, si chiamava Gigi, era talmente bello che tutte le ragazzine erano innamorate di lui”.

C’erano degli aspetti religiosi nel Crp? La gente del paese come vi vedeva e gli altri italiani?
“Ho fatto la comunione nella cappella del campo – ha risposto Lidia – la mia madrina si chiamava Maria Crampar. Viveva nell’ultima baracca in un bell’appartamento, perché lavorava alla prefettura di Arezzo. Ho trovato ingiusto che lei venisse accolta così bene rispetto a noi. Non mi piaceva andare in paese a Laterina, perché la gente ci guardava male, mi sentivo a disagio. Dopo due anni mio padre aveva messo da parte abbastanza soldi per farci uscire dal campo. Decise di sistemarci a Mestre (VE), perché aveva dei cugini che vivevano lì, quindi ci saremmo sentiti meno soli, e non troppo lontani da Pola. Lui per un anno ha continuato a lavorare a Parigi. Siamo riusciti a prendere un bell’appartamento e abbiamo comprato una meravigliosa camera da letto e sala da pranzo, come solo gli italiani sanno fare. Mia madre ha trovato una sarta dove andavo a imparare a cucire. La vita a Mestre era bella, cominciavo a sentirmi bene. Finalmente eravamo persone come le altre e tutti i vicini ci volevano bene. La famiglia Canaletti ci ha seguiti a Mestre. Assieme al figlio Luciano e con mio fratello facevamo dei festini tra ragazzi. Avevamo fatto un mucchio di amici.
Dopo il periodo passato in Veneto, c’è stata un’altra emigrazione?
“Dopo un anno di separazione dalla famiglia, mio papà è ritornato definitivamente da Parigi, sperando di trovare un lavoro a Mestre. Ovunque gli veniva detto che era troppo vecchio. Aveva 46 anni. I mesi passavano e i nostri risparmi stavano finendo. Con la morte nell’anima, abbiamo dovuto vendere tutto e andare nel Nord-est della Francia dove c’era molto lavoro nelle fabbriche metallurgiche. Per qualche anno la vita è stata molto dura, poi ci siamo sistemati”.

Laterina Crp, Pianta della baracca n. 1, riferibile ad agosto 1948; disegno ricostruito a cura di Claudio Ausilio e Tommaso Ricci, ANVGD di Arezzo
Gentile signora Lidia Pettener Hautelin, desidera aggiungere qualcos’altro?
“Voglio aggiungere che siamo stati accolti molto bene in Francia – ha concluso la testimone – senza alcuna discriminazione, ma nonostante tutto siamo sradicati e avremo nostalgia della nostra Pola fino alla fine”.
Il Crp di Laterina in cifre – La gente lo chiamava Campo profughi. In storiografia è noto come Campo di concentramento per reclusi britannici durante la seconda guerra mondiale (Biagianti 2000), leggendo pure le osservazioni del fiumano Aldo Tradivelli, che in quel Campo ci passò. La struttura opera soprattutto come Centro raccolta profughi (Crp). Per quindici lunghi anni accoglie i rifugiati dell’esodo giuliano dalmata ed altri sfollati. Dal 1948 vi transitano alcune migliaia di esuli in fuga dalle violenze titine della Jugoslavia. Molti di loro passano prima nei Crp di Trieste (che era nel Territorio Libero di Trieste sino al 1954, poi fu riannessa all’Italia) e poi dal Centro smistamento profughi di Udine. I profughi, infine, vengono sventagliati in treno verso il Crp di Laterina ed in altri 140 Crp sparsi per il Belpaese (Rumici 2009). Secondo padre Rocchi i Crp sono 109, mentre Caneschi e Lisi scrivono di 193 strutture di accoglienza.
“Il 19 agosto 1948 veniva aperto il Centro Profughi di Laterina nelle vicinanze di Arezzo – così scrive nella sua tesi di laurea Francesca Lisi, a p. 138 –. Questo Centro, che dipendeva dal Ministero dell’Interno, a differenza di quello di Arezzo, era in grado di ospitare un numero maggiore di profughi ed aveva un’organizzazione molto più efficiente”. La struttura chiuse i battenti il 30 settembre 1963 (p. 224). Sono 4.693 i nominativi riportati nell’Elenco alfabetico profughi giuliani, custodito nell’Archivio del Comune di Laterina. La lista si apre col nome di Abba Lucia, che reca queste indicazioni: “n° 167 del fascicolo, data di eliminazione (dalla residenza) 4.6.1957; Comune di nuova residenza: Roma”. Si chiude con: “Zonca Silvana, n° 1428 del fascicolo, data di eliminazione non nota, irreperibile”. Certo, è una rubrica con poche indicazioni. Non si sanno, infatti, la data e il luogo di nascita, ma è assai utile a definire il numero di persone transitate per il Crp di Laterina, che per uscirne fornivano il luogo della nuova residenza, anche all’estero (Francia, Svezia, Brasile, Argentina, Australia, USA). Senza dubbio il numero potrebbe essere più alto di 4.693 individui, dato che le ultime registrazioni manuali si riferiscono al 1961, mentre si sa che il Crp chiuse nel 1963. Mancano, quindi, almeno due anni di registrazioni, con le ultime uscite di persone dal Campo. Si pensi poi che c’è la Scheda di registrazione n. 5.377 di Luisa Pastrovicchio, esule da Valle d’Istria al Crp di Laterina (Collezione Pastrovicchio), quindi i profughi sono stati un numero ben più elevato di 5mila individui. Allora pare errato il numero di profughi giuliano dalmati riportato da Laura Benedettelli nel suo pur documentato studio intitolato I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, del 2017. Scrive la Benedettelli che “Nella provincia di Arezzo i 588 profughi che arrivarono nei vari anni vennero accolti nel CRP di Laterina (…) che poteva contenere fino a 12.000 persone” (p. 48). Da Laterina non ne passano solo 588, ma più di 5.377.

A smentire la misera cifra fornita dalla Benedettelli c’è un dato molto interessante riguardo alla presenza di profughi nel Crp di Laterina nella tesi di laurea del 1991. Sempre nei cartolari del fondo C.R.P. di Laterina, presso l’ASAr, Francesca Lisi ha trovato il numero delle presenze alla mensa del Centro. Scrive a pag. 186, nella nota 78: “Riportiamo il numero delle presenze alla mensa del Centro nel 1948-’49; nel 1948 c’erano state 29.976 presenze, mentre nel 1949 ce ne erano state 33.675”. Da quest’ultimo dato si può calcolare una presenza media mensile di 2.806 individui, mentre per il 1948 il dato medio è pari a 2.498 persone, non solo 588 quindi. Non a caso in altre pagine della tesi della Lisi si può leggere che “Il Centro, nei momenti di massima affluenza, arrivò ad ospitare fino a 2 mila persone, accogliendo oltre ai profughi della Venezia Giulia, anche quelli provenienti dall’Africa” (p. 230).
Nel 1949 nel CRP di Laterina erano in funzione solo 19 baracche adibite ad alloggio per i profughi e altre baracche che servivano rispettivamente come cinema, scuola, barbiere, centralina elettrica, infermeria, alloggio per gli addetti al Centro, asilo, chiesa e magazzini vari (Lisi, p. 143). Gli alloggi del Centro erano suddivisi in piccole stanze di quattro metri quadrati. All’inizio i box erano delimitati da tende sospese a fili e in seguito da pareti di legno in modo da garantire un minimo di vita privata alle famiglie accolte nel Centro che potevano sistemare la parte a loro assegnata come ritenevano (p. 145). Nel 1954 ancora 40 famiglie vivevano in promiscuità non essendo state divise tutte le camerate (p. 146). Nel 1949 le baracche del Centro vengono dotate di stufe a legna, per la cui costruzione fu indetta una gara di appalto tra le varie ditte della zona. Se inizialmente c’era una sola stufa per baracca, successivamente il loro numero viene aumentato. Inoltre nelle baracche i profughi potevano servirsi di angoli cottura per riscaldare o cuocere il cibo assegnato, quando smise l’attività della mensa collettiva. Il numero più elevato di baracche alloggio è di 24 edifici.
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Documenti originali – Archivio della Parrocchia dei Santi Ippolito e Cassiano, Laterina (APLa), Laterina CRP Cresimati dal 1950 al 1962, ms.
Archivio di Stato di Arezzo (ASAr), Assistenza ai profughi giuliani e dalmati (1948 – 1963), bb 156-157; documentazione consultata dalle laureande Caneschi e Lisi.
Comune di Laterina (AR), Elenco alfabetico profughi giuliani, 1949-1961, ms.
Aldo Tardivelli, Un filo spinato… non ancora rimosso, testo videoscritto in Word, s.d. [ma: post 2004?], pp. 1-7. [Risposta circostanziata alle tesi di Ivo Biagianti, pubblicate nel 2000].

Fonti orali, digitali e ringraziamenti – La redazione del blog per l’articolo presente è riconoscente ai signori Tommaso Ricci e Claudio Ausilio, esule da Fiume a Montevarchi (AR), socio dell’ANVGD provinciale di Arezzo, per aver fornito con la consueta cortesia i materiali per la ricerca presso l’Archivio del Comune di Laterina, l’Università di Firenze, l’ASAr, l’APLa e per i proficui contatti intrapresi con Lidia Pettener Hautelin. Si accresce così la tradizionale e collaudata collaborazione tra l’ANVGD di Udine e quella di Arezzo. Per la grande disponibilità dimostrata, si desidera ringraziare le seguenti persone intervistate dal professor Elio Varutti a Udine con taccuino, penna e macchina fotografica, se non altrimenti indicato.
Graziano Musizza, Parenzo 1937, int. a Parenzo (Croazia) del 30 settembre 2017.
Lidia Pettener Hautelin, Pola 1944, vive a Cannes (Francia), int. per email del 29, 31 luglio e 18 agosto 2020.
Sergio Satti, Pola 1934, esule a Udine, int. del 5 giugno 2013 e del 10 febbraio 2020.
Collezioni familiari – Lidia Pettener Hautelin, esule da Pola a Cannes (Francia), fotografie, memoriale in Word,
Claudio Ausilio, esule da Fiume a Montevarchi (AR), socio dell’ANVGD provinciale di Arezzo, Pianta ricostruita della Baracca n. 1, verso il 1948, del Crp di Laterina.
Luisa Pastrovicchio, esule da Valle d’Istria, vive a Pessinetto, città metropolitana di Torino, documenti stampati, fotografie e memoriale dattil.
Bibliografia e sitologia
Laura Benedettelli, I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto, Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISGREC), on-line dal giorno 8 febbraio 2017.
Ivo Biagianti (a cura di), Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960), Comune di Laterina, Stampa Centro editoriale toscano, s.d. [2000].
Sabrina Caneschi, L’Assistenza post-bellica in Italia. Organizzazione e settori d’intervento, Tesi di Laurea, Università di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Relatore prof. Sandro Rogari, Anno Accademico 1990-1991, pp. 263+LXXIV.
Francesca Lisi, L’Assistenza post-bellica ad Arezzo. Il Centro Raccolta Profughi di Laterina, Tesi di Laurea, Università di Firenze, Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Relatore prof. Sandro Rogari, Anno Accademico 1990-1991, pp. 268+XC.
Dino Messina, Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana, Milano, Solferino RCS Mediagroup, 2019.
Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
Guido Rumici, Catalogo della mostra fotografica sul Giorno del Ricordo, Roma, ANVGD, 2009.
E. Varutti, Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950, on line dal 30 gennaio 2017.
E. Varutti, Da Valle d’Istria a Laterina. I Drusi ne gà lassà in mudande, on line dal 28 febbraio 2017.
E. Varutti, Il Campo profughi istriani di Laterina tra accoglienza, clientele e razzismo, on line dal 5 marzo 2017.

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Progetto ideato da Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Ricerca diretta dal professor Elio Varutti, vicepresidente ANVGD di Udine. Servizio di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo ed Elio Varutti. Lettrice: Lidia Pettener Hautelin. Ricerche sul territorio di Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Disegni di Tommaso Ricci e Claudio Ausilio, ANVGD di Arezzo. Copertina: Crp di Laterina, Lidia Pettener davanti, con il vestito a quadri, assieme alla famiglia Canaletti di Pola e, a sinistra, una famiglia albanese, 1957. Fotografie di Laterina (AR) della collezione Pettener Hautelin raccolte da Claudio Ausilio; didascalie di Lidia Pettener Hautelin. Altre immagini dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
Una opinione su "Esodo dei Pettener da Pola a Laterina (AR) con le coverte tirade e in Francia, 1956"