Enzo Bertolissi l’ha raccontato col cuore in gola. “Mio fratello Ermanno – ha detto – dopo essere stato partigiano delle Brigate Osoppo, era nella Polizia civile a Trieste e gli inglesi lo portarono ad esumare corpi dalle foibe istriane nel 1946-1947 e quando si abitava a Prosecco al n. 275, vicino alla trattoria Nove Sorelle, presso Trieste, abbiamo visto sparire amici di famiglia, nell’autunno 1944, probabilmente eliminati in foiba perché italiani”. La notizia riguardante le foibe è spicciola, finisce qui. Ci sono pochi altri cenni. Anche Pia Bertolissi, sorella di Ermanno e di Enzo, ricorda gli stessi fatti. “Ermanno a Trieste iera coi Cerini nella caserma di piazza S. Giacomo, lui saveva ben l’inglese dalle scuole medie – ha detto Pia Bertolissi – lori lo portava a lavorar nelle foibe e dopo el 1954 i va tutti in Australia, go visto i tedeschi a Prosecco nel 1944 che i ga impiccà dieci partigiani, succedeva che i partigiani i portava via, conoscevo chi portava nelle foibe, i se copava tra fradei e tra cugini, mi iero piccola, ma oggi un iera e doman no iera più”. In effetti a Prosecco, il 28 maggio 1944, in seguito ad un attacco partigiano ai baraccamenti della Organizzazione Todt, le Waffen SS impiccano dieci operai che durante l’operazione avevano assunto un atteggiamento ritenuto sospetto, secondo l’ANPI.
Nel mese di agosto del 2013 Ermanno Bertolissi è stato premiato al Bosco Romagno, comune di Cividale del Friuli (UD) con la Medaglia della Liberazione nella veste di partigiano; ne da notizia il «Messaggero Veneto» in un trafiletto. A volte i pezzi della storia si incrociano, si mescolano, rendendo complicata la vita dei protagonisti.
Una certa conferma riguardo alle citate esumazioni con personale da Pola e da Trieste si ha dal signor Siro Gattesco, che visse a Pola dal 1938 al 1946, giorno della fuga col piroscafo Toscana. “Mio papà Alfonso aveva un caffè a Pola, in Largo Oberdan, rilevato da Gasparini nel 1938 – ha detto Gattesco – c’erano gli inglesi e mio papà fu preso dai titini e portato in campagna in una casupola con altre quindici persone, tutti italiani. Lui conosceva una guardia titina e gli promise dei soldi per farlo scappare, così si salvò. Del resto del gruppo che era con lui non si è saputo più nulla, perché saranno finiti in una foiba. Nel 1946 i camion degli inglesi con la truppa andavano a tirar fuori le salme dalle foibe e partivano da Largo Oberdan, dove c’era il bar della mia famiglia”.

Ecco un’altra testimonianza. “Mi ricordo che zia Tea, ossia Antea Visintin, zia di mia madre Zeni T. – ha riferito Paola Barbanti – che stava a Trieste, ci portava da ragazzi, negli anni ’60, a vedere la foiba di Monrupino e ci spiegava la fine che avevano fatto fare i titini agli italiani d’Istria, diceva ‘un colpo al primo prigioniero e giù tutta la fila, legadi fra de loro, nella foiba’. Era davvero terribile. Avevamo tanta paura”.
È assai complessa la storia della famiglia Bertolissi, perché spesso intricata e contorta è la vicenda di molte frontiere con imposizioni nazionalistiche, contrasti linguistici, espropri patrimoniali, violenze, esodi e colonizzazioni di nuovi arrivati. Ermanno Bertolissi è nato a Prosecco il 7 aprile 1929 e dal 1956 è esule a Melbourne, in Australia, come riferito dal fratello Enzo. Nella tarda estate del 1944, con altri, egli effettua un sabotaggio antinazista, mentre è requisito come aiutante operaio nella Organizzazione Todt dei nazisti per ripristinare le infrastrutture ferroviarie e stradali colpite dai bombardamenti angloamericani (dal memoriale Bertolissi intitolato: Note del periodo bellico 1943-1945). La vicenda dei guastatori è riportata pure nei testi di storia di Trieste; viene colpito il trasformatore di tensione in località Opicina (TS), mettendo in crisi ogni genere di trasposto ferroviario, inclusa la deportazione degli ebrei verso Auschwitz. L’esplosivo è stato fornito da artificieri sloveni partigiani dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia avvezzi ad agire, coadiuvati dall’Ozna, il servizio segreto di Tito, a Trieste, Monfalcone, Gorizia e anche più a Occidente, con la collaborazione di partigiani italiani filo-titini.
I Bertolissi sono addentro alle questioni ferroviarie in quanto il capofamiglia, Dino Bertolissi, svolgeva le funzioni di Guardiablocco sulla linea Bivio Aurisina-Opicina delle Ferrovie di Stato. I nazifascisti, dopo loro indagini, riescono ad individuare e ricercare i responsabili del sabotaggio. Grazie alle amicizie, la notizia giunge alla famiglia in anticipo, così Ermanno viene spostato in Friuli nella casa paterna onde evitare l’arresto e la fucilazione.
Partigiano della Osoppo in Friuli – Ermanno, visti i suoi precedenti, viene reclutato dai partigiani della Brigata Osoppo, col nome di battaglia di “Pippo Primo”, oppure noto come “il Triestino”. Erano di colore verde i fazzoletti al collo dei partigiani osovani (monarchici, azionisti, socialisti e cattolici), in onore dei moti del 1848 alla fortezza di Osoppo (UD), contro gli austriaci. In ricordo di Giuseppe Garibaldi, erano rossi i fazzoletti dei garibaldini, partigiani comunisti. Ermanno Bertolissi “i sedici anni li ha compiuti nel carcere di Udine in via Spalato, essendo stato arrestato dai tedeschi sabato 31 marzo 1945, vigilia di Pasqua” (Note del periodo bellico…). “In cella i se trova Ermanno con lo zio Marcello – ha detto Pia Bertolissi – perché iera partigiani arrestadi dai tedeschi”.

Il 1° maggio 1945 Udine è liberata dai partigiani e dagli angloamericani, mentre i nazisti se la squagliano verso Tavagnacco, a nord. Il 2 maggio vengono liberati dalle prigioni udinesi vari detenuti “compreso mio fratello Ermanno – ha aggiunto Enzo Bertolissi, come ricorda pure mia sorella Pia – così egli viene assegnato al ponte di Pieris, di guardia contro i titini”. I miliziani di Tito puntavano di far saltare in aria vari viadotti, rallentando l’avanzata angloamericana, per ampliare l’occupazione iugoslava in vista della Settima Repubblica Socialista, quella della Venezia Giulia. “Anche Luciano Rapotez, dirigente Anpi, mi ha confermato – ha detto Enzo Bertolissi – che mio fratello Ermanno era a Pieris di sentinella, in comune di San Canzian d’Isonzo (GO), ma incredibilmente non figura negli elenchi delle Brigate Osoppo”.
Enzo Bertolissi in quei mesi viveva a Nogaredo di Corno, nel comune di Coseano (UD), con lo zio Marcello, fratello di Dino, capo partigiano della Osoppo, coordinatore della Zona del Basso Sandanielese. Martedì 27 marzo 1945, ore 7; casa di Marcello Bertolissi. “Mi sveglio – ha scritto Enzo Bertolissi – alzo la testa e mi trovo un tedesco con un mitra puntato al petto di nonna Alessandra, che aveva le braccia alzate ed un’altra persona in borghese che faceva da traduttore e che reggeva in mano una borsa (che io conoscevo) contenente delle pistole e delle munizioni [rinvenuta in un covone nei pressi dell’abitazione, NdR]. Accortisi che mi ero svegliato, spostano la nonna in un’altra stanza.
Scendo in cucina ed il primo impatto, aprendo la porta, è quello di un tedesco che imbraccia un mitra. Fatti alcuni passi in cucina, trovo i tedeschi con il mitra posizionati in ogni angolo e tre uomini del paese seduti attorno al tavolo. Erano partigiani della Osoppo, tra i quali mio zio Marcello. La zia mi prepara la colazione e, mentre sto mangiando, arriva mio padre che abitava in un’altra casa, ma che era fornito di uno speciale lasciapassare in qualità di ferroviere. I due confabulano qualcosa, esce mio padre e la zia lo segue. Mentre sta uscendo la zia mi fa un cenno con la testa per seguirla. Nelle case contadine, la cucina era attigua alla stalla, la attraversiamo e giunti nell’aia mi trovo di fronte ad un grosso cilindro di metallo. I due chiedono anche il mio aiuto, si piegano e con la spalla rovesciano il contenuto del pianale di un carro sopra il bidone, che aveva all’esterno scritte in una lingua che non conoscevo. Ho saputo in seguito, a guerra ultimata, che il contenuto era composto di armi che servivano per i rifornimenti dei partigiani della Resistenza.
Nel mentre che stavamo facendo l’operazione di copertura del bidone, altri due tedeschi forniti di sonde lunghe, testavano il letame, posizionato a pochi metri dall’aia. Per me che ero piccolo, era facile muovermi senza destare sospetti. Sono andato a scuola e anche sul porticino d’ingresso due tedeschi aspettavano il maestro. Caso vuole che avessi proprio uno zio maestro, Cesare Bartole”.

I tedeschi cercavano il maestro Corrado Gallino, della Brigata Osoppo Territoriale, citato con Candido Grassi “Verdi” ed altri in un libro di Primo Cresta (p. 10). Continua il racconto di Bertolissi: “Lo zio Cesare, con il paese sotto rastrellamento ad opera dei tedeschi, ci diede dei compiti per casa e ci lasciò liberi subito. Lo spettacolo doveva ancora cominciare! Era una giornata di pioggia e, mentre mi accingevo a raggiungere l’abitazione, sono stato attratto da un grido di dolore. Alzo lo sguardo e vedo due tedeschi, che col fucile afferrato per la canna e avvalendosi della parte inferiore dell’arma brandivano colpi sul corpo e sulla testa di mio zio Marcello. Sangue che schizzava lontano, lo zio che cadeva per terra e loro che lo sollevavano per infierire ad oltranza. Questo è solo un piccolo ricordo del tempo di uno che non aveva compiuto ancora 8 anni”. Così si chiude il Memoriale di Enzo Bertolissi.
La tragica fine del maestro Modesti – Un’altra testimonianza riguardo alla pianura e alla collina friulana nel 1945 proviene da Sergio Burelli, di Fagagna, confermata dal libro di don Redento Bello. “I cosacchi, alleati dei nazisti, avevano un comando a Fagagna, nella piazza lungo la strada per San Daniele del Friuli – ha detto Burelli – un altro loro comando era a Martignacco. Ricordo che, nei primi giorni di aprile 1945, successe uno scontro con due partigiani garibaldini a Nogaredo di Corno, frazione di Coseano, quando fermarono un carro cosacco, trainato da due cavalli carico di tavole prese in una segheria; i partigiani volevano sequestrare i cavalli, ma le loro armi si incepparono, così essi scapparono. Allora, in serata, i tedeschi e i cosacchi organizzarono un primo rastrellamento. A Silvella, frazione di San Vito di Fagagna, incontrarono il maestro Terzo Modesti, che stava tornando a casa in bicicletta. Lui era amico di don Orfeo Domini, uno dei capi della Divisione Osoppo. Fatto sta che un cosacco lanciò una bomba a mano contro il maestro che, colpito a morte, stramazzò a terra e fu ritrovato morto dai paesani, all’indomani mattina. Aveva cercato di fermare il sangue delle ferite alla testa con un giornale. Poi ci fu un altro rastrellamento nazista e cosacco, con un camion; in quella occasione fui fatto prigioniero pure io, a Nogaredo di Corno, assieme ad altri uomini prelevati dalle case del paese. Ci portarono alle carceri di via Spalato a Udine. Eravamo in 25 prigionieri in una cella di cinque metri per cinque. Fui interrogato da un ufficiale delle Waffen SS, il comandante Starniza, che aveva una elegante traduttrice russa, la quale sapeva il tedesco e l’italiano”.
“Anche al carcere di Via Spalato – ha concluso Burelli – c’erano i cosacchi col colbacco nero e la calotta rossa di guardia lungo il muro di cinta. Una sera la guardia carceraria aveva dimenticato di chiudere la luce della nostra cella, così dopo un po’ la sentinella cosacca gridò ‘lux’ e sparò un colpo in direzione della nostra finestra, ma la pallottola rimbalzò contro l’inferriata e cominciò a ballare per il cemento ed altre parti, rischiando di colpire proprio chi aveva sparato. Poi ricordo che in cella gli altri prigionieri dicevano che se ci avessero chiamato prima delle quattro del mattino, avremmo fatto la stessa fine dei fucilati sul muro delle carceri del 9 aprile 1945”.
In riferimento al maestro elementare Terzo Modesti, anche don Redento Bello, “Candido”, per i partigiani, menziona la sua triste fine nel suo memoriale. A conferma da quanto riportato dalla fonte orale, l’uccisione del maestro Modesti è avvenuta il 18 aprile 1945, sulla strada comunale che unisce Silvella a Nogaredo di Corno, mentre rincasava da una riunione segreta svoltasi a casa del comandante della Osoppo Corrado Gallino e, poco prima, aveva visto pure Pietro Sabucco, per preparare l’insurrezione generale che ormai era nell’aria. Riguardo al citato comandante delle Waffen SS “Starniza”, bisogna accennare che anche altre fonti ricordano un “capitano Statizza delle SS”, del comando di sicurezza di Udine, come ha scritto, a pag. 216-264 di un suo saggio, Renzo Vidoni. Statizza provocò terrore a migliaia e migliaia di friulani.
Altre note biografiche sui Bertolissi – Sono più di uno i partigiani dimenticati. Non c’è solo Ermanno Bertolissi. Lo storico Roberto Tirelli sta completando un libro sulla figura di Corrado Gallino, un osovano liberale poco noto in letteratura. “Mi ricordo – ha concluso Enzo Bertolissi – che nel 1944-1945 dormivano in casa nostra vari partigiani, come don Ascanio De Luca, che stava di letto vicino al maggiore Bruno, del controspionaggio USA, poi ricordo che Gallino è andato almeno un paio di volte oltre il fronte con un aereo inglese che atterrava sulla superficie di volo sita tra Pantianicco (UD) e Villaorba, ben segnalata da mio fratello e da altri partigiani osovani”. Don De Luca, già cappellano militare, è citato da Primo Cresta (p. 9).

Ho conosciuto Enzo Bertolissi, ferroviere in pensione, nel 2017. È arrivato nella sede di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) per iscriversi e per consegnarci il suo Memoriale. È un breve testo sui fatti di resistenza nella seconda guerra mondiale al confine orientale. Contiene un riferimento alla eliminazione di italiani nelle foibe istriane perpetrata dai titini nazionalisti. Poi ha partecipato a diverse iniziative patriottiche e religiose dell’ANVGD nel capoluogo friulano, nonostante la distanza territoriale della sua residenza.
Il 23 febbraio 2019 su proposta di Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, il socio Enzo Bertolissi riceve la delega per tenere i rapporti con l’importante amministrazione locale di Tarvisio (UD), al confine con l’Austria e la Slovenia.
Pia Bertolissi, nel dopoguerra, chiede ed ottiene la dichiarazione di profuga. Il certificato è firmato dall’architetto Carlo Leopoldo Conighi, nella sua veste di presidente dell’associazione degli esuli giuliano dalmati a Udine. Nato a Trieste il 4 luglio 1884, egli ha vissuto a Fiume e muore a Udine il 5 gennaio 1972, in esilio. È almeno dal 1947 che Carlo Leopoldo Conighi è presidente dell’organismo dei profughi, ciò in base alla tessera n. 1.096 del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara (CNVGZ), sede di Udine, rilasciata il 2 giugno 1947 e intestata al maestro Renato Lupetich, di Fiume ed esule a Latisana (UD), che è dichiarato “profugo giuliano” (Collezione privata, Belluno). Nel 1948 sorge l’ANVGD, assorbendo vari organismi di esuli come il CNVGZ. Il Conighi è funzionario delle Ferrovie di stato; lo era a Fiume, poi a Trieste e, dopo l’esodo, a Udine. Conosceva bene i suoi dipendenti e le loro famiglie, come i Bertolissi. È da sottolineare l’alto livello di collaborazione con la prefettura locale del CNVGD, da lui presieduto, se era autorizzato a rilasciare attestati di profuganza, che in altre provincie sono prerogativa esclusiva del Prefetto. Bisogna poi ricordare che Udine, come diceva l’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara e presidente dell’ANVGD provinciale dal 1972 alla sua morte, nel 2017 “ha avuto in via Pradamano, alla ex-GIL, il più grosso Centro di smistamento profughi d’Italia, da dove passarono oltre centomila esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia in fuga dalle violenze titine”. L’esodo giuliano dalmata prosegue fino ai primi anni ’60, come riporta «L’Arena di Pola» del 22 gennaio 1963, se solo dalla zona di Buje “dal maggio a dicembre si sono avute circa 200 partenze”.
Ritornando al Conighi, dirigente delle ferrovie, c’è da dire che “a Fiume era benvoluto dai tecnici e dai suoi operai”, come ha riferito Noemi Di Giorgio.
Dopo il 3 maggio 1945, occupazione slava di Fiume, Conighi viene imprigionato dai titini in via Roma, ma viene liberato probabilmente da Oskar Piskulić, capo della Polizia segreta jugoslava Ozna di Fiume, chiamato “Zuti”, per la carnagione (zuti=giallo, in croato). È evidente che al nuovo potere facesse comodo qualcuno in grado di dirigere i lavori di ripristino dei trasporti ferroviari tra Fiume, Trieste e Postumia. Forse questa è la spiegazione più plausibile per la liberazione dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi, aldilà della lettera-supplica scritta dalla figlia Helga Maria e riemersa dall’oblio delle vicende familiari (vedi: Fiume, 1945. Compagno Zutti, libera il mio papà, nel web). Egli, infatti, ebbe un lasciapassare / propusnica dalle autorità slave di Fiume il 2 giugno 1945, per motivi di lavoro sulla linea ferroviaria “Fiume-Trieste-Postumia” (Collezione famiglia Conighi, Udine). In seguito fu traferito a Udine, dove nel 1946 fece trasmigrare parte della sua famiglia e dove si adoperò a favore dei profughi dell’esodo giuliano dalmata, assumendo la carica di presidente dell’ANVGD dal 1948 al 1954. Poi fu proclamato presidente onorario del medesimo sodalizio, in cui operava pure attraverso la Lega Fiumana.
La pulizia etnica iugoslava a Novi Sad – Il razzismo dei titini non si ferma all’eliminazione di italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia nelle foibe, nelle cave, nelle trincee, nei pozzi minerari o in mare con pietra al collo. Capita che, nel 1946, effettuino la pulizia etnica in altre regioni mistilingui come a Novi Sad (Ủjvidék, in ungherese) nella Bačka, la parte alta della Vojvodina, oggi provincia autonoma della Serbia. Secondo Claudio Magris la regione reca un carattere plurinazionale, anzi certi suoi abitanti hanno “la consapevolezza o il desiderio di raccogliere un’eredità – e una leadership – sovranazionale danubiana”, andando alla riscoperta della vecchia Mitteleuropa (Danubio, p. 341). È István Deák, professore alla Columbia University a sostenere che: “Anche se le fonti primarie iugoslave sono in larga misura inaccessibili, recenti ricerche stimano che nel periodo delle vendette postbelliche i partigiani di Tito massacrarono decine di migliaia di cittadini di etnia ungherese nella regione della Bačka (le stime variano da 10mila a 50 mila) e ne espulsero altre decine di migliaia” (p. 208).

Considerazioni finali – L’esigenza di piazzare sentinelle partigiane osovane sui ponti, in Friuli, in funzione anti-iugoslava, sorge il 2 maggio 1945 tra i comandanti dei fazzoletti verdi in base a delle certezze e secondo qualche segnalazione al Centro di informazioni partigiano. Come si è visto, il ponte di Pieris, che unisce la provincia di Gorizia a quella di Udine nella Bassa friulana, è presidiato da Ermanno Bertolissi ed altri osovani. Non lo dicono solo i fratelli Bertolissi, delle Brigate Osoppo, nella presente inedita intervista, ma c’è pure la conferma indiretta di Luciano Rapotez, dell’Anpi di Udine.
Il Novecento sarà ricordato come il secolo delle frontiere ballerine al confine orientale. Una zona di attività delle Brigate Osoppo era nel territorio di Attimis (UD). Come ha scritto Sergio Sarti “la zona era adiacente a quella dove agiva il IX Corpus dell’armata di Tito, formato da comunisti fanatici le cui ire espansionistiche sulle nostre regioni erano note” (p. 26).
Diversi partigiani garibaldini nella zona di San Giovanni al Natisone (UD) e dintorni hanno confessato in famiglia, solo in questi ultimi decenni, di essere stati oggetto a fine febbraio 1945 di un “reclutamento forzoso da parte del reparto della Garibaldi-Natisone di stanza nel Bosco Romagno insieme a una ventina di compaesani”, come ha scritto Livio Braida. È il periodo oscuro dell’eccidio di Porzus, in Comune di Attimis. Come si sentono detti giovani partigiani appena obbligati a imbracciare un fucile? Vivono “all’inizio un clima di paura e omertà”. Sono sotto il comando del IX Corpus di Tito ma, allora, che tipo di patrioti italiani sono? Pur di non essere schiavi di Hitler finiscono per essere servi di Tito.
Quello di far saltare in aria i ponti è un chiodo fisso degli artificieri titini sin dal 1942, alle prime avvisaglie della resistenza all’invasione della Jugoslavia operata delle forze dell’Asse. Alla fine di aprile del 1945 non si danno pena di liberare Lubiana, né Zagabria, ma fanno la corsa per Trieste, occupata il 1° maggio successivo. Gli slavi occupano pure Monfalcone (GO), Cividale del Friuli (UD), Udine e Gorizia, dove minano due ponti sull’Isonzo “con l’evidente scopo di ritardare così l’ingresso a Gorizia delle truppe alleate”. Lo scrive Lidia Luzzatto Bressan nel fascicolo su Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945 (p. 14). L’occupazione slava di Trieste, Monfalcone e Gorizia dura 40 giorni, durante i quali vengono arrestati e deportati migliaia di italiani militari e civili. L’invasione di Udine da parte di avanguardie titine è documentata dal Memoriale di Ferdinando Pascolo “Silla”; nello stesso testo si fa cenno agli arresti e alle eliminazioni di italiani a Cividale del Friuli perpetrate dai reparti titini sloveni (pp. 162-163). Ci sono pure delle segnalazioni in quei momenti, che per Silla, durano pochi giorni. Dalla caserma di via Gemona a Udine i carabinieri distribuiscono armi ai giovani udinesi, come ricorda Silla “per dimostrare agli sloveni che eravamo sufficientemente armati e che chi comandava in casa nostra eravamo solo e proprio noi italiani” (p. 162). Altre segnalazioni osovane si riferiscono ad una camionetta di artificieri titini vista oltre Codroipo (UD), per un sopralluogo al ponte sul Tagliamento.
Alcuni autori sostengono la presenza di elementi titini sin dal 1944 giunti fino a Sacile, allora in provincia di Udine al margine della provincia di Treviso. Sacile è bagnata dal fiume Livenza, in prossimità del Piave. In particolare Maria Pia Premuda Marson afferma che l’ufficiale slavo Kubricevic Svetiovar, detto “Felice” in accordo con Attilio Da Ros, detto “Tigre”, comandante partigiano garibaldino e capo dei comunisti di Oderzo (TV), ben sei mesi prima dell’eccidio di Porzus, ordinano di uccidere il 19 agosto 1944 il comandante partigiano anticomunista Vittorio Silvio Premuda, della Brigata “Fratelli d’Italia”. Costui viene soppresso con le armi da partigiani comunisti a Lutrano, frazione di Fontanelle (TV), secondo la sentenza della Corte di Assise di Treviso del 3 dicembre 1946 (Maria P. Premuda, pp. 6-11).
Nella stessa Cividale del Friuli, sempre il 1° maggio 1945, coi nazisti in fuga, entrano gli alpini del Reggimento Tagliamento, col fazzoletto verde al collo, pur non aderendo formalmente alle Brigate Osoppo. Gli alpini erano scesi da Tolmino (GO) il giorno precedente per congiungersi con la VII Brigata partigiana Osoppo Friuli. Tra costoro c’è il giovane Alvise Bonetti che, arruolato nei soldati della RSI, dal 26 febbraio era di presidio al ponte di Coritenza/Koritnica, presso Tolmino, come ha scritto Bruno Bonetti (pp. 61, 83). Ciò tanto per spiegare come dovessero essere repentini non solo i cambi di fronte, ma pure quelli di casacca, con l’intento di difendere la patria o di salvare la pelle.
I titini, in conclusione, con quella smania di distruggere ponti, hanno fatto il contrario di Kipling, che scrisse invece su I costruttori di ponti.
Fonti orali – Per la collaborazione riservata si ringraziano le persone intervistate in loco da Elio Varutti con penna, taccuino e macchina fotografica.
Paola Barbanti, Cervignano del Friuli (UD) 1960, int. del 3, 4 e 7 marzo 2016.
Enzo Bertolissi, Prosecco (TS) 1937, esule a Tarvisio (UD), int, del 6 settembre 2018, del 29 luglio e 5 agosto 2020.
Pia Bertolissi, Prosecco (TS) 1934, esule a Udine, int. del 3 agosto 2020.
Sergio Burelli, Sarustin, Fagagna (UD) 1926-Udine 2017, int. del 19 aprile 2014.
Silvio Cattalini, Zara 1927, int. del 22 gennaio 2004 e del 10 febbraio 2016.
Helga Maria Conighi vedova Orgnani (Fiume 1923- Udine 2000), int. del 22 agosto 1999 con Daniela Conighi.
Noemi Di Giorgio, Udine 1926-2015?, ha lavorato a Fiume, int. del 15 novembre 2005.
Siro Bruno Gattesco, Mortegliano (UD) 1930, vissuto a Pola nel periodo 1938–1946, int. del 12 febbraio 2011 e del 2 aprile 2019.

Documenti originali e collezioni familiari – Enzo Bertolissi, Note del periodo bellico 1943-1945, dattiloscritto, 2017, p. 1.
Collezione privata, Belluno, tessera del CNVGZ, di Udine.
Famiglia Enzo Bertolissi, Tarvisio (UD), fotografie.
Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine, lasciapassare / propusnica dalle autorità slave di Fiume del 2 giugno 1945 e cartoline.
Cenni bibliografici e sitologia
Archivio del Comune di Udine, Progetto del Parco Vittime delle Foibe, 2009-2010, fotografie.
Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia, Gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945, a cura del Comune di Gorizia, 1980.
Redento Bello, Scusate… mi racconto, Udine, 2001.
Bruno Bonetti, Manlio Tamburlini e l’albergo nazionale di Udine, Pasian di Prato (UD), L’Orto della Cultura, 2017.
Livio Braida “Garibaldini e osovani come i guelfi e i ghibellini”, «Messaggero Veneto», 22 giugno 2020, p. 31.
Silvio Cattalini (a cura di), Foibe, finalmente un monumento a Udine: 25 giugno 2010. Rassegna stampa, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2010.
Primo Cresta, Un partigiano dell’Osoppo al confine orientale, Udine, Del Bianco, 1969.
István Deák, Europe on Trial. The Story of Collaboration, Resistance, and Retribution During World War II, Boulder, CO, Westview Press, 2015, traduzione ital. di Maria Luisa Bassi: Europa a processo. Collaborazionismo, resistenza e giustizia fra guerra e dopoguerra, Bologna, Il Mulino 2019.
Mario Maffi, 1957. Un alpino alla scoperta delle foibe, Udine, Gaspari, 2013.
Claudio Magris, Danubio (1.a ediz.: Garzanti 1986), Trieste, La Biblioteca del Piccolo, 2003.
Ferdinando Pascolo Silla, Che strano ragazzo. Dalla sacca del Don al carcere repubblichino per una nuova Italia, Udine, Aviani & Aviani, 2013.
Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Milano, Mondadori, 2002.
Oliva, Esuli. Dalle foibe ai campi profughi: la tragedia degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, Milano, Mondatori, 2011.
Maria Pia Premuda Marson, La memoria del patriota cristiano, ten. col. Vittorio Silvio Premuda comandante della Brigata Fratelli d’Italia, campeggia nella lotta per la liberazione della seconda guerra mondiale nei ricordi della popolazione più anziana dei paesi tra Piave e Livenza, Padova, Cleup, 2020.
Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Foibe, Milano, Bruno Mondadori, 2003.
Sergio Sarti (Gino), Ferdinando Tacoli. Il marchese partigiano (1.a ediz.: 1993), Udine, Associazione partigiani “Osoppo Friuli”, 2.a ediz. ampliata, 2019.
E. Varutti, Fiume, 1945. Compagno Zutti, libera il mio papà, on line dal 25 giugno 2016.
E. Varutti, Ebrei a Udine sud e dintorni, 1939-1948. Deportazione in Germania e rientri, on line dal 11 novembre 2016.
E. Varutti, Sociologia dell’eccidio in foiba, on line dal 19 marzo 2020.
Renzo Vidoni, “Nova Cosacchia. Friuli 1944-45”, in: Adriana Stroili, (a cura di), I cosacchi in Italia, 1944-’45. Atti dei convegni di Verzegnis (1.a edizione: 2008), Tolmezzo (UD), Moro, Comune di Verzegnis, 2010.
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Ricerca storica, servizio redazionale e di Networking a cura di Tulia Hannah Tiervo, Sebastiano Pio Zucchiatti e Elio Varutti. Copertina: Ermanno Bertolissi, a sinistra, a Trieste nel 1946 con un collega neozelandese; collez. Bertolissi. Fotografie da collezioni private citate nell’articolo, dal web e dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.
Caro Elio,
grazie per l’attenzione a una mia testimonianza. Circa il “reclutamento forzoso” che coinvolse mio padre a S.Giovanni al Natisone, la tua chiosa è inesatta. Quei ragazzi non erano entrati nel IX Corpus, ma facevano parte del “Raggruppamento del Collio”, come si evince dai documenti in Istituto.
Questi reclutamenti erano assai frequenti verso la fine del conflitto e immagino anche prima. E’ vero che il clima “percepito” dai giovani era quello, d’altra parte si trattava di guerra partigiana, la disciplina era rigorosa, vi era il timore pur sempre di infiltrazioni da parte avversa o di diserzioni subito dopo l’arruolamento, tali da poter esporre le formazioni a rastrellamenti.
Questo diceva mio padre, che tuttavia fu fiero di aver partecipato alla liberazione di Udine, e in genere di quella esperienza, dopo l’umiliante a sua volta “forzoso” reclutamento sotto la Todt, dopo l’8 settembre, pena la deportazione in Germania.
In quanto sottufficiale idrovolantista dell’Aeronautica, era scampato in Istria, a Portorose, vuoi alle rappresaglie titine vuoi a quelle naziste. Fuggito a casa, al deposito di munizioni di Medeuzza, sotto la Todt, gli era stata data una possibilità di salvezza, poichè conosceva il tedesco. Di fatto “era servo di Hitler”. Ma chi gli garantiva che da un giorno all’altro pure a lui toccasse la deportazione? Finché era utile in deposito va bene, ma poi?
Nelle formazioni partigiane trovò comunque un senso ai suoi ideali di libertà e di pacifismo. Non c’era alcun fanatismo titino, nè si sentiva servo di Tito, poichè inquadrato fra i patrioti italiani. Tito era percepito come un leader antifascista, in Jugoslavia. Lontanissima da loro ogni idea di far parte di quella nazionalità Punto.
Delle foibe, per come furono presentate poi, ovvero una sorta di genocidio, sapevano poco o nulla. In Istria, prima della fuga a casa, era chiaro che si aspettassero delle ritorsioni, era nella logica delle cose, non è che dopo l’occupazione della Slovenia gli spettassero delle carezze.
Dunque caro Elio, trovo spesso affrettate e condizionate da pregiudizi di parte le tue conclusioni. È un metodo di indagine, che per partito preso divide i buoni dai cattivi. Quanto al tuo commento: “Pur di non esser schiavi di Hitler finiscono servi di Tito”, la trovo aberrante, non degno di uno storico serio, come so che sai essere. Vogliamo porre sullo stesso piano storico Hitler con Tito? Forse che Tito avesse avuto mire espansionistiche nel Terzo Reich?
Ti chiederei una smentita, ma non vale la pena. Cè una storiografia di parte, sugli esuli o sugli osovani che non mi pare disposta a fare autocritica. Non è forse per una questione ideologica, ma per un vizio di indagine storica poco filologico, in taluni casi dilettantesco., che non rende giustizia alla ricostruzione obiettiva degli eventi.
Un caro saluto, Livio braida
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Caro Livio Braida,
prendo atto e ti ringrazio per la tua precisazione riguardo al “Raggruppamento del Collio”, reparto garibaldino filo-titino, mi par di capire. Per quanto riguarda l’equiparazione tra fascismo e comunismo non è un mio pensiero, come ben saprai si tratta di una Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019, sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819 – RSP), condivisa da vari storici.
Vedi: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html
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