“Sono stata profuga e orfana nel Campo profughi di Udine nel 1950: le sofferenze prima e dopo erano tante. Non potrò mai dire: grazie Italia”. È una profuga di Neresine a scrivere questo chiaro messaggio. La sua firma illeggibile è: K. Ca… La si trova nel registro delle visite della mostra, del 2004, intitolata “Padriciano 60. Voci, segni, emozioni da un Centro di Raccolta Profughi” il cui catalogo è edito dal Gruppo Giovani, Unione degli Istriani a Trieste nel 2007. Padriciano 60 era l’indirizzo e il numero civico di uno dei 18 campi profughi allestiti a Trieste, per contenere la fuga di 350 mila italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia dalle loro terre sotto la violenza titina.
Non è che nel resto d’Italia tali profughi abbiano trovato un gran conforto, come ha scritto la signora di Neresine. L’elenco dei disagi sarebbe lungo, come gli episodi verificatisi ad Ancona e Venezia nel 1947. All’arrivo degli esuli polesi, i comunisti locali li andarono ad accogliere al grido di: “Via i fascisti”. Alla stazione ferroviaria di Bologna fu indetto uno sciopero contro il treno di profughi che stava transitando, pretendendo che non si fermasse nemmeno per una sosta di ristoro ai bambini. Il latte preparato dalla CRI per i piccoli fu rovesciato sui binari dai più scalmanati.
Era proprio un’Italia matrigna nei loro confronti. Da bambino abitavo in via delle Fornaci vicino al più grosso Centro smistamento profughi d’Italia che, secondo Silvio Cattalini, si trovava a Udine, in via Pradamano 21, dove oggi funziona una scuola. Inaugurato nel 1938, su progetto dell’architetto Ermes Midena, era un Collegio convitto Opera Nazionale Balilla (vedi foto sopra). In tale sito passano oltre centomila italiani in fuga o, fuoriusciti con l’opzione, dalla nuova Jugoslavia di Tito, a causa delle persecuzioni titine e con la paura delle foibe dopo l’8 settembre 1943 e nel dopoguerra, fino ai primi anni ’60. Vengono essi poi smistati in oltre cento campi profughi sparpagliati in tutta Italia. Erano ex campi di concentramento per prigionieri alleati, vecchie scuole, magazzini in disuso, caserme abbandonate, casermaggi in baracche metalliche, conventi malandati e rimessi in sesto ad alta velocità e con poca spesa. Le mamme del mio quartiere ai figli più discoli dicevano: “Stai buono sennò ti faccio mangiare dai profughi”. Nelle stesse case popolari della mia famiglia abitavano sfollati vari e profughi giuliano dalmati. Noi bambini si giocava tutti assieme. In via Monte Sei Busi c’era pure il Villaggio Metallico (foto di copertina). Era una bidonville di 114 moduli metallici abbandonata dall’esercito britannico nel 1947 e riutilizzata dagli esuli, secondo la Relazione del medico provinciale del 1950, finché essi hanno ricevuto le case dei Villaggi giuliani.
Poi c’era la Baraccopoli di San Rocco a Udine (vedi foto sotto). Era dietro la chiesa di San Rocco, tra via San Rocco e via Vincenzo Joppi. Costruita dopo la Grande guerra in seguito al 1917 quando ci fu l’esplosione della polveriera di Sant’Osvaldo, nel 1944, ospitò i primi profughi istriani dell’esodo giuliano dalmata, secondo il memoriale di Maria Maracich.
Voci dell’esodo giuliano dalmata
“Venuti via da Fiume nel 1948, ci siamo fermati al Silos di Trieste, esperienza traumatica, là non c’era neanche la corrente elettrica, dovevamo dormire sul pavimento perché le brande erano finite – ha detto Odette Tomissich – poi ci hanno mandato al Centro smistamento profughi di Udine e di lì al Campo profughi di Lucca, dove si stava proprio male; siamo finiti in Piemonte, dove non ci davano la residenza perché l’Amministrazione comunale era comunista”.
Scappano insegnanti e gente umile, come il contadino o il semplice pescatore. Così dice una fonte locale. “Dopo dal ’50 a San Lauric dal Lisunç a rivavin i profucs istrians – ha detto Alfredo Orzan – a jerin pescjadôrs e a vevin i bêçs dal ECA, cualchidun par firmâ al scugnive mêti une crôs” (Dopo del ’50 a San Lorenzo Isontino, GO, arrivavano i profughi istriani, erano pescatori e avevano i soldi dall’Ente Comunale di Assistenza, ECA, qualcuno per firmare era costretto a mettere una croce).
Pure a Fossoli di Carpi (MO), ha detto Monica Lugli “i vari profughi del Villaggio San Marco negli anni ’50 hanno passato momenti di mala accoglienza, come gli sputi o l’epiteto di ‘triestèin fassisti’. In seguito i comportamenti si acquietarono e diversi profughi si sono integrati mediante matrimonio con gli autoctoni, di tradizionale tendenza politica comunista”. Vedi foto sotto; Collezione Paolo De Luise, esule da Pirano a Fossoli.
Il Centro raccolta profughi (CRP) del Silos di Trieste non era certo un hotel a tre stelle. Freddo, finestre coi vetri rotti, tanta gente ammucchiata alla meno peggio e scarsa pulizia. La signora Armida Villio trova, tuttavia, anche un aspetto positivo della sua permanenza nella Trieste del Territorio Libero (1945-1954) governata dagli angloamericani. “Ze sta bel, jero al Silos, ma jera i americani che i sonava dappertutto, musica e ballo per la città”. Così i profughi potevano dimenticare per un po’ le vessazioni, le violenze patite sotto i titini la tristezza del Silos. “Mio fradel Eligio Villio – continua la testimonianza – el ze scampado con altri sedici ragazzi, tuti zoveni”. Com’è successo? “Ze partidi da Fasana con due barche a motor e i ze finidi fin sul delta del Po – precisa la signora Villio – jera marzo e fazeva fredo, me ricordo che i paroni de una barca jera i Barattin e quei de la seconda barca jera i Chersin”.
La fuga dei 17 giovani di Fasana termina in provincia di Rovigo e poi si sono fermati là? “No, la zente del posto diseva che i jera tuti fascisti e no i li voleva – afferma la signora Armida – così ze stadi ciapadi dentro da le munighe e dopo ze rivadi a Grado (GO), mio fradel Eligio el ze andà a studiar a Genova al convitto Cristoforo Colombo, più tardi, dopo esserse sposado con una signorina de Cherso el mori a Trieste nel 1985”.
In Friuli Venezia Giulia come nel resto d’Italia esiste una topografia dell’esodo giuliano dalmata senza che se ne sappia molto. Ad esempio a San Canzian d’Isonzo (GO) esiste un Villaggio giuliano. Era più noto come Campo profughi di San Canzian Pieris. Sull’area ove oggi c’è una boscaglia sorgevano le baracche (vedi foto sotto; Collezione Mario Canciani). Mario Canciani è nato lì e la sua famiglia si è poi trasferita quando lui aveva 4 anni. Ricorda che “si trattava anche di profughi istriani di etnia slava, almeno da come parlavano con i miei nonni e da qualche loro cognome”.
Poi d’improvviso il racconto di una foiba e molestie varie
Schivi e riservati, gli istriani parlano poco delle peripezie dei loro genitori, nonni e delle violenze titine. Antonio Chizzola mi racconta di sua nonna di Parenzo. “Era Caterina Zudenigo, morta a 84 anni – ha detto – lei con sua sorella Augusta, all’età di 6 anni, erano in collegio a Treviso, quando andò là in visita Giuseppe Garibaldi che, venuto a conoscenza di due bimbe istriane di Parenzo, le ha volute tenere in braccio e giocare con loro”. Poi, su sollecitazione del ricercatore, l’intervistato riferisce di avere un parente infoibato. “Era il dottor Virginio Calegari, proprietario terriero di Parenzo, ucciso dai titini a 62 anni e gettato nella foiba”. Il suo martirio è citato anche da padre Flaminio Rocchi. Risulta tra le 94 persone arrestate a Parenzo “per informazioni” dai titini dal 20 settembre 1943 in poi. Senza processo, vengono legate con filo di ferro sopra il gomito e gettate nelle foibe di Vines, Zupogliano, Cimino e Surani. (Rocchi pagg. 47 e 532).
Certe storie non si raccontano a cuor leggero. Non c’è solo un’Italia matrigna che maltratta i profughi al loro arrivo. C’è pure un’Italia fatta di sfruttatori sessuali verso le donne giuliano dalmate. Riccardo Bostiancich è un valente fotografo nato in Svizzera. Sua madre, Ida Pedri di Fiume, dopo l’esodo al Centro profughi Roma, emigra in Svizzera. Riccardo mi racconta che la mamma verso il 1948 va a chiedere una casa per la famiglia al presidente dell’Istituto case popolari, subendone le molestie sessuali. Altro che Italia matrigna! La famiglia Bostiancich stava bene a Fiume, il babbo lavorava al silurificio, poi emigra in Venezuela e muore a Caracas. Nando, fratello di Riccardo, emigra a Torino e muore anni fa. Gli istriani, fiumani e dalmati sono sparsi per l’Italia e per il mondo a causa dei nazionalismi del Novecento. Un analogo trattamento è toccato a Elvira Casarsa, nata a Parenzo nel 1928, come racconta la figlia Graziella Dainese. Luogo del misfatto: Catanzaro. È là, in uno zuccherificio, che lavora il babbo Franco Dainese, perito industriale. La mamma deve subire le pretese del manigoldo altolocato in cambio di chissà quali promesse di vita migliore. Pure loro cambiano città.
Fonti orali
Le interviste (int.) sono state condotte a Udine da Elio Varutti con taccuino, penna e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. Oltre alle fonti orali si ringraziano gli autori delle fotografie qui riportate e i collezionisti.
Riccardo Bostiancich, Svizzera 1949, int. del 19 dicembre 2018.
Mario Canciani, San Canzian d’Isonzo (GO) 1954, e-mail all’Autore del 3 maggio 2018.
Silvio Cattalini (Zara 1927 – Udine 2017), int. del 22 gennaio 2004 e 10 febbraio 2016.
Chizzola Antonio, 1942, int. del 30 gennaio 2019.
Graziella Dainese, Rovigo 1951, int. a Portogruaro (VE) del 28 novembre 2015.
Monica Lugli, Carpi (MO), int. del 23 febbraio 2020 a Fossoli di Carpi (MO).
Alfredo Orzan, San Lorenzo Isontino (GO) 1930-Udine 2017, int. del 7 novembre 2011.
Odette Tomissich, Fiume 1932, int. del 10 febbraio 2011.
Armida Villio, Fasana (Pola) 1933, int. a Grado (GO) del 30 agosto 2018. Si ringrazia, per la collaborazione riservata, la signora Alda Devescovi, nata a Rovigno ed esule a Grado.
Cenni bibliografici e sitologia
Ferruccio Luppi, Paolo Nicoloso (a cura di), Il piano Fanfani in Friuli storia e architettura Ina casa, Pasian di Prato (UD) Ed. Leonardo, 2001.
Maria Maracich, Il Viaggio di Meri, Codroipo (UD), Edizioni Beltramini, 2013.
Carlo Cesare Montani, Le prime accoglienze italiane agli Esuli del confine orientale (1945-1948), on line dal novembre 2014.
Padriciano 60. Voci, segni, emozioni da un Centro di Raccolta Profughi, Gruppo Giovani, Unione degli Istriani, Trieste, 2007.
Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
—
Servizio giornalistico di Elio Varutti. Attività di ricerca e di Networking a cura di Maria Iole Furlan, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Copertina: Udine, Villaggio Metallico, 1950. Foto da Il piano Fanfani in Friuli storia e architettura Ina casa. Ferruccio Luppi e Paolo Nicoloso (cur), Pasian di Prato, Ed. Leonardo 2001. Fotografie da collezioni varie, del web, o dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.