Vivere con la paura della foiba. Istriani nella Guerra fredda

Giulio lavorava all’Arsenale di Pola. Dopo il 1943, a vent’anni, con certi amici e qualche collega di lavoro, passa coi partigiani. Infatuati dalle parole di libertà per i popoli, molti di loro si accorgono però che i capi iugoslavi venuti dall’interno, li mandano sempre in prima linea. Tutti gli italiani, se partigiani, sono sempre difronte alle pallottole dei tedeschi e dei fascisti, mentre dietro a loro stanno i caporioni titini venuti dall’interno. Come a dire: in battaglia muoiono prima gli italiani. Quando gli dicono che, per l’inverno, bisognava ritirarsi in bosco e nelle montagne dell’interno, lontano dall’Istria, Giulio (nome di fantasia, ma storia vera) abbandona i partigiani. Per i titini è un disperso, oppure un traditore da fucilare. Giulio è giovane e torna a casa. In un rastrellamento tedesco tra Dignano e Pola viene requisito come militare, pena la deportazione dei campi di concentramento. Dunque si ritrova in divisa tedesca. L’Istria del 1944 è così, non è tanto facile da capire. Matko, un suo avo era parlamentare alla Corte di Vienna ai primi del Novecento. Nonna Maria continua a ripetergli che con la Defonta se iera ben, se magnava luganiga col cren, co’ ze rivadi i taliani magnavimo solo fasioi, se tuto iera ben.

Nel 1944-’45 ritornano i partigiani. Poi, dopo aver impiccato ragazzi in piazza e bruciato paesi, i tedeschi se la squagliano. La guerra finisce fra un tripudio di bandiere iugoslave, balletti di kolo e tanta fame. Si intravvede qualche timida autoblinda neozelandese. Molti italiani d’Istria sono spinti all’esilio dalla pressione titina. Giulio resta, è un bravo lavoratore. E dio solo sa quanto siano utili delle buone mani, anche se italiane, all’Arsenale di Pola, che nel 1947 diventa della Jugoslavia. Pola è abbandonata dal 95 per cento degli abitanti (italiani). Arriva il 1948 e Tito si divide da Stalin. Giulio assiste a nuove tensioni politiche tra titini e comunisti storici (stalinisti). L’Ozna, il servizio segreto iugoslavo, fa arrestare chiunque la pensi in modo diverso da Tito e lo deporta a Goli Otok, l’Isola Calva, campo di concentramento slavo.

“Nel 1956, coi fatti di Krusciov, c’è il timore di un’invasione russa della Jugoslavia – ha detto Anna Maria L., parente del protagonista – un certo giorno la polizia segreta lo ferma e gli chiede come mai non ha la tessera del partito”. Dopo una settimana la sua casa a Dignano è requisita e per la famiglia italiana restano solo due stanze a disposizione. Nel resto della casa entrano i coloni della Bosnia e Serbia. Nel 1957 Giulio va al Consolato dell’Australia, per emigrare a Brisbane. Allora le autorità titine gli tolgono la cittadinanza. Sua moglie mantiene la cittadinanza croata, lavorando presso la Scuola del canto lirico di Pola, ma è guardata male dai contadini locali, perché pare una cittadina taliana. Poi Giulio lascia l’Istria e si ritrova in un campo profughi di Trieste, dove trascorre qualche mese. I parenti friulani lo convincono a non emigrare in Australia. La famiglia si ricompone nei primi anni ’60 a Tolmezzo (UD).

Scopro più tardi che Giulio e i suoi familiari hanno vissuto dal 1943 con la paura di finire nella foiba. Una parte della sua famiglia, il clan dei Chialich, grandi proprietari terrieri, hanno subito la triste sorte di essere torturati in piazza e uccisi nella foiba di Terli. Sono ben sette le vittime del clan dei Chialich eliminati in quel modo barbaro dai titini nel 1943. Padre Flaminio Rocchi ha scritto che Martino Chiali, di Martino, anni 55, da Marzana, è tra le vittime infoibate nella foiba di Terli, recuperati dai pompieri il 1° novembre 1943. Le salme estratte erano legate a gruppi di tre-quattro individui. Le vittime riunite in piazza dovettero bere, alla presenza dei parenti, mezzo litro di nafta. Coloro che versavano parte del carburante sui vestiti dovettero sopportare le ustioni delle fiamme (Rocchi 1990, pagg. 26 e 538). Di questa tragedia ha parlato l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente dell’ANVGD di Udine, il 7 settembre 2010, dopo il funerale di Maria Chialich vedova Pustetto nella Chiesa di S. Giuseppe a Udine, mentre i soggetti principali direttamente coinvolti hanno sempre taciuto. “Noi istriani parlemo poco – dicevano – lavoremo duro in silenzio, niente politica e tanto affetto per il territorio”.

Cartolina di Dignano d’Istria dei primi del Novecento dopo la santa messa. Notare le donne col velo nero. Alcune di loro si sono portate la sedia, per non restare in piedi, da tanta gente che frequentava.  Fotografo Alois Beer di Klagenfurt

In un’altra intervista sono stati citati i titini dell’interno. “Gli infoibatori erano uno scalmanato comunista di Parenzo e i titini venuti dall’interno – ha detto Marisa Roman – quello di Parenzo aveva fatto la lista degli italiani da eliminare, come è accaduto a mio zio l’ingegnere Carlo Alberto Privileggi e al cugino Bruno Roman, di Canfanaro”.

A Gorizia, occupata dagli iugoslavi per 43 giorni nel 1945, vengono arrestate e deportate dai titini 4.500 persone; oltre 600 non fecero più ritorno dai campi di concentramento slavi di Aidussina, Idria e Borovnica, come ha scritto Edoardo de Leitenburg, in merito alla pulizia etnica programmata da Tito e da Milovan Gilas. Chi riuscì a tornare, come Giuseppe Baucon, tacque fino al punto di morte, perché l’Ozna gli aveva fatto firmare un impegno a non rivelare nulla della detenzione a Lubiana. Nonostante ciò i suoi discendenti sloveni subirono vessazioni di ogni tipo dai servizi segreti iugoslavi fino al 1989, quando iniziò a squagliarsi lo stato di Tito.

La storia di Giulio è vera, anche se si è usato un nome di fantasia; non si è avuto il permesso di divulgare il suo nome, perciò si è rispettata tale esigenza. Del resto un’intervistata, nata in Italia, negli anni ’60, da bambina trascorreva l’estate dai parenti di Pola. “Col nonno parlavo croato, con la nonna in tedesco e coi cugini e gli zii in dialetto istrian”. Fulvio Tomizza direbbe che si è gente di frontiera, si è mezzi imparentati, si parlano più lingue…

Fonti orali

Le interviste (int.) sono state condotte a Udine da Elio Varutti con taccuino, penna e macchina fotografica, se non altrimenti indicato. Oltre alle fonti orali si ringraziano gli autori delle fotografie qui riportate e i collezionisti.

Maria Chialich vedova Pustetto, Dignano d’Istria (Pola 1919 – Udine 2010), int. del 27 gennaio 2004.

Anna Maria L. istriana, Tolmezzo (UD) 1963, int. del 15 dicembre 2010.

Marisa Roman, Parenzo 1929, int. a Tricesimo (UD) dell’8 luglio 2014.

Dignano d’Istria, raccolta dell’uva, anni ’30. Collezione Giorgio Gorlato, esule da Dignano a Udine

Cenni bibliografici – Ruggero Botterini, Parlavimo e scrivevimo cussì in Casa Mocolo. Vocabolario del dialetto polesano-istriano, Mariano del Friuli (GO), ANVGD Gorizia, Edizioni della Laguna, 2014.

Silvio Cattalini, Elogio funebre di Maria Chialich vedova Pustetto, Chiesa di San Giuseppe, Udine 7 settembre 2010, ANVGD, datt., pagg. 2.

Edoardo de Leitenburg, Sull’orlo della foiba, Udine, Senaus, 2004.

Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.

Mauro Tonino, Borovnica, lager jugoslavo per migliaia di italiani, senza una croce. Come alla foiba di Tarnova, a cura di E. Varutti et alii, on line dal 10 agosto 2019.

Elio Varutti, Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia esuli in Friuli 1943-1960. Testimonianze di profughi giuliano dalmati a Udine e dintorni, Udine, Provincia di Udine / Provincie di Udin, 2017. Disponibile anche nel web dal 2018.

E. Varutti, Giuseppe Baucon, di Gradisca, salvatosi dalla fucilazione titina e dalla foiba a Circhina nel 1944, on line dal 20 settembre 2018.


Note dal web

Dopo aver letto l’articolo presente, che ha registrato varie centinaia di notifiche nel Gruppo di Facebook “Anvgd Arezzo”, Daniel Šaškin il 17 Maggio 2020 ha scritto un lungo messaggio, di cui se ne riporta qui una selezione, perché è stata definita interessante dagli amici dell’ANVGD di Arezzo, nonostante alcune generalizzazioni. È un contributo con vari nomi sui quali si è cercato di fare dei collegamenti web, per fornire eventuali indicazioni bibliografiche al lettore. L’argomento è complesso, intricato con fonti contraddittorie. Ci permettiamo di chiarire che il TIGR (Trst-Istra-Gorica-Reka = Trieste-Istria-Gorizia-Fiume) era un’organizzazione segreta antifascista filo-iugoslava, sorta nel 1927, secondo le ricerche di Marijan F. Kranjc (1935-2017), generale dell’esercito iugoslavo. Ecco il testo di Šaškin, nato a Lubiana nel 1976. (La redazione del blog).

“Il capo dei partigiani in Istria, dopo il 1943, Savo Vukelic non è croato ma serbo. Per molti questo è tutto uguale però c’è una grandissima differenza. C’è una grandissima differenza tra antifascisti istriani e comunisti venuti dalle varie parti della Jugoslavia. Savo Vukelic è stato mandato da Tito in persona perché gli antifascisti d’Istria non erano comunisti; la maggior parte non lo era o non erano abbastanza comunisti. Dal ‘43 inizia la ‘purificazione’ degli antifascisti d’Istria; quasi tutti scompaiono fino alla fine della seconda guerra mondiale.

Dal 1918 fino al 1943 gli unici che soffrivano in Istria erano croati e sloveni da molti ancor oggi chiamati slavi (schiavi – s’ciavi). La maggior parte dei soci fidati di Tito erano serbi. I Croati tipo Andrija Hebrang e molti altri, fino alla fine del 1947, sono scomparsi nel nulla. Croati e sloveni hanno vissuto nella paura sotto il fascismo per 25 anni. Dopo il ‘43 arrivano i comunisti di Tito con i suoi ‘feroci macellai’. I comunisti hanno ucciso la maggior parte dei veri antifascisti non comunisti (‘istarski narodnjaci’) istriani, che hanno lottato per la democrazia e la pace, come erano Antun Milovan, Pavao Krajsa, Marcello Klaric, Marko Legovic, Sime Fraj, Ivan Paljuh, Sime Paljuh, Viktor Levak, Ivan Brcic, Joakim Rakovac, Vladimir Gortan… poi antifascisti comunisti (o almeno simpatizzanti) Giuseppe Pino Budicin, Matteo Benussi Cio, August Arsen Vivoda.

Gli antifascisti Istriani erano cristiani che hanno lottato contro il fascismo facendo parte del TIGR. Peccato che la maggior parte degli Italiani d’Istria non erano contro i fascisti. Se fosse stato diversamente forse tutte le schifezze che sono successe in Istria dal 1918 fino al 1990 non sarebbero accadute. Chi lo sa? Comunque un sistema razzista e antidemocratico come il fascismo è stato sostituito da uno simile che era il comunismo. Tutti gli Istriani (in croato: ‘Istran-i’) hanno sofferto molto. Ancor oggi siamo testimoni di falsificazioni della storia da parte dei comunisti e dei fascisti ugualmente”.

Servizio giornalistico di Elio Varutti. Attività di ricerca e di Networking a cura di Maria Iole Furlan, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Copertina: Muri di Dignano d’Istria con scritte titine scolorite. Foto di Giovanni Doronzo 2019. Fotografie da collezioni varie, del web, o dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Pubblicato da eliovarutti

Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine

4 pensieri riguardo “Vivere con la paura della foiba. Istriani nella Guerra fredda

  1. Storie tristi che riaprono ferite: il papà di un mio cognato ucciso nelle foibe; le mie zie Manser/Devetta e Manser/Jereb venute con la famiglia profughe in Liguria, insieme a tanti altri profughi istriani che hanno scelto Genova, Camogli, Recco per ritrovare una terra simile a quella che lasciavano (così mi ha detto una zia); il nonno Manser rimasto ad Abbazia con uno dei suoi figli perché alla sua età non si sentiva di cominciare una nuova vita (di miseria), sistemati in due stanze di quella che era la sua bella casa requisita.
    La casa del nonno esiste ancora e sulla facciata è ancora ben leggibile il suo nome.

    Grazie per le storie che mi manda
    Mariateresa Bora

    Piace a 1 persona

  2. Gentile Mariateresa Bora, la ringrazio per il suo contributo. Non fa che confermare ciò che raccontano gli esuli giuliano dalmati e i loro discendenti riguardo alle violenze titine patite dagli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia. È un pezzo della Storia d’Italia, che non va dimenticato. Cordialità.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: