Trieste al tempo del TLT, 1945-1954

Certi storici scrivono che l’esodo giuliano dalmata termina verso il 1956, dopo le ultime ondate di fuoriusciti che si riversano a Trieste, poi nel resto d’Italia e all’estero. Il capoluogo giuliano, dal 26 ottobre 1954, è di nuovo appartenente all’Italia. Dal 1945 là c’era l’amministrazione angloamericana; era la Zona A del Territorio Libero di Trieste (1947-1954), che favorì il porto con vari traffici mercantili.

La parte sud del Tlt era invece sotto l’amministrazione iugoslava; era detta Zona B. “Mi ricordo che c’era molto entusiasmo ai tempi del Tlt – ha detto Nerea Mazzoli, di Trieste – la gente festeggiava e cantava per le strade, si vedevano bandiere per tutte le vie”. Per i dati su questa e sulle successive interviste, si veda l’elenco in fondo al testo. In varie testimonianze è ricordata la vivacità e la gioia della gente, assieme ai momenti di tristezza per l’esilio, oltre alla voglia di riprendere una vita normale dopo gli eventi bellici.

È successo di ascoltare testimonianze del Novecento riguardo agli anni del Tlt “de quando se jera ben”. I ricordi sono di Adelchi De Rosa, Ferruccio Bressanutti e Alice De Rosa. Negli anni 1960-1970 essi erano i gestori del bagno “La Diga” con cabine, sedie sdraio, barche e trattoria, di fronte a Piazza Unità d’Italia. Pure Claudio Magris, nel romanzo Alla cieca, ricorda un vecchio stabilimento balneare triestino, chiamato La Lanterna e soprannominato “El Pedocin”. Il porto di Trieste nel dopoguerra riprese le sue attività progressivamente e cominciarono ad arrivare merci di ogni sorta.

Il signor Stelio Bucci ricorda gli “sfollati dell’Istria e della Dalmazia che sono stati accolti in posti allestiti dallo stato e che sono rimasti a Trieste, dopo la guerra”.

C’è da dire che molti italiani dell’Istria, Fiume e della Dalmazia arrivano a Udine, dove funziona il più grande Centro di Smistamento Profughi italiano. Qui, come in tutti i 140 campi profughi sparsi in Italia, non ci sono feste, anzi l’accoglienza, a volte, è stata ambigua. “Abitavo a Semedella – ha detto Fabio Ceppi, nato a Fiume – la mia era una famiglia di ortolani di Capodistria, il mio esodo è del 1955 e siamo arrivati a Trieste, al Campo Profughi di Opicina, baracca n. 10, letti a castello, freddo, pianti e lacrime: ecco cosa ricordo. Mia mamma era prigioniera dei titini, poi nel 1957 ci hanno dato la casa e la terra per agricoltori a Bibione, in comune di San Michele al Tagliamento, provincia di Venezia, assieme ad altri istriani di Pirano, Cittanova e Capodistria”.

Camionetta dei Bacoli neri, ovvero la Military Police del TLT angloamericano. Foto da Facebook

Le nonne e le zie partono coi nipoti, perché se si fosse presentata al confine col TLT la famiglia al completo di genitori con i figli, ecco che i graniciari titini avrebbero cominciato a fare storie. Necessitavano controlli, perquisizioni, ore di attesa e alla fine spezzavano la famiglia, facendone passare solo una parte. Alcune zie di Fiume erano molto scaltre e si erano passate certi accorgimenti per passare lisci al confine. “Ricordo che la zia quando siamo venuti via nel 1945 – ha detto Aldo Suraci, di Fiume – con una vecchia sciarpa rossa ritagliò la forma di una stella e ce la mise con ago e filo sui berretti di noi bambini, così al confine i titini ci fecero passare come se niente fosse, ne fece più di cinquanta di quelle stelle rosse per i berretti di tanti altri bambini”.

Voci dai Campi profughi di Trieste

“Ero crocerossina al Campo profughi del Silos a Trieste – riferisce Marinella De Calò, nata a Trieste nel 1920 – ed ho visto tanti esuli arrivare in nave, in fuga dall’Istria”.

Quanti erano in Campo Profughi e che periodo era? “Saranno stati alcune centinaia per volta, qualcuno di loro si è fermato anche per tanti mesi, molti passavano al Campo di Padriciano, erano gli anni dal 1945 al 1949 – prosegue la De Calò – eravamo tre crocerossine, vari volontari, poi c’era l’infermeria, la cucina, il guardaroba e una mensa per i bimbi piccoli; mi ricordo che con delle vecchie coperte facevamo dei separé per dare un po’ di intimità alle famiglie. Poi si faceva anche scuola dentro al Campo, per i bambini e per i giovani”.

Chi comandava il Campo profughi del Silos? “Era un capitano inglese, non ricordo il suo nome, ma se ripenso a chi ci dava la penicillina per curare tanti nostri ammalati, so ben che era Miss Haiers, l’infermiera ufficiale inglese, poi c’era il dottor Guido Botteri e un altro medico italiano nella nostra infermeria; si capisce che i casi gravi venivano trasportati all’ospedale”.

Come scappavano dall’Istria e dalla Dalmazia? Che cosa riuscivano a portarsi via? “Masserizie, borse, bauli, valigie e persino sedie, come racconta Simone Cristicchi nel suo celebre spettacolo intitolato Magazzino 18”.

E poi? “Venivano da Pola, Fiume, Parenzo, Rovigno ed Abbazia, ricordo la famiglia Rocco da Rovigno; mi viene in mente di una signora che si era portata via la cucina economica, riempita di monete d’argento da 5 lire l’una. I profughi i rivava con la nave e noi se andava in molo col carro per prenderli e se li portava al Silos. Gò ancora la mia gavetta”.

Fin qui la testimonianza della signora De Calò. Un’altra fonte orale ricorda il Campo profughi del Silos di Trieste. Si tratta di Alfio Laudicina, nato a Pola nel 1933, “Il 6 gennaio 1944 – racconta il signor Laudicina – in seguito ad un bombardamento angloamericano, ci ritrovammo senza la casa, perché era stata colpita e distrutta dalle bombe; il mio babbo era di origine siciliana”. Allora, cosa avete fatto? “Abitavamo a Pola – continua Laudicina – vicino ad un costone, nei pressi del centralino delle comunicazioni, ci siamo salvati nei sotterranei del palazzo delle comunicazioni e poi ci hanno portato nel rifugio antiaereo, ma passando nella zona bombardata ho visto cadaveri e brandelli di corpi umani; della nostra casa restavano solo i muri esterni, così mia madre, Teodolinda Picco, con i suoi quattro figli orfani di padre, che era finanziere, scrisse ai parenti in Friuli, per chiedere loro dell’ospitalità”.

Trieste, elmetti della Polizia militare angloamericana del TLT. Casco scuro, divisa militare, sembravano degli scarafaggi=bacoli neri

Quale fu la risposta? “La zia di Savalons di Mereto di Tomba, provincia di Udine, disse di sì – è la risposta – così siamo partiti da Pola col piroscafo, assieme ad altri sfollati che riparavano verso Trieste, si fece tappa a Parenzo, dove ci fecero dormire al teatro, abbiamo dormito per terra, non c’era altra sistemazione”. Dopo cosa è accaduto? “Poi siamo sbarcati a Trieste – aggiunge Laudicina – tra le poche nostre masserizie recuperate mia madre era riuscita a portarsi via la macchina per cucire, che si rivelò molto utile per i lavori di sartoria, che sapeva fare”.

A Trieste dove vi siete fermati? “Al Campo del Silos per qualche giorno – conclude Alfio Laudicina, oggi esule a Udine – avevamo delle camere con delle pareti fatte con coperte usate, per un po’ di privacy. Poi ci portarono a Udine, e di lì fino a Mereto di Tomba, dagli zii; noi non siamo passati dal Campo profughi di Udine”.

Ecco un’altra testimonianza. È la signora Mariagioia Chersi in Laudicina, nata a Parenzo nel 1942. Esule a Udine, ricorda alcuni fatti del Campo profughi del Silos di Trieste. “Son venuta via nel 1949 – ha detto la signora Chersi – lo zio Francesco Gripari jera a Udine al Campo profughi de via Pradamano, dopo se andà a Milano, ecco perché gò parenti anche lì. Altri parenti nostri jera al Campo del Silos a Trieste, dove i lavatoi jera senza vetri alle finestre. Posso dire che non siamo stati bene accolti in Italia”.

Campi profughi di Opicina e di San Sabba a Trieste

Dopo un inquadramento storico e filosofico, Chiara Dereani, diplomata del Liceo “Marinelli” di Udine, scrive le seguenti parole nel suo elaborato per l’esame di stato, nel paragrafo intitolato La storia dei miei nonni. È un interessante racconto della memoria. I nonni sono Anna Riccobon (1930  e Sergio Micheli (1927); essi si sposano il 14 novembre 1953 a Capodistria, dove erano nati. Un anno dopo fuggirono in Italia. Furono accolti a Trieste in due Campi profughi (Opicina e San Sabba), dove restarono fino al 1960, quando si trasferirono a Udine.

Per una maggior scorrevolezza, nelle parentesi riquadrate si sono aggiunte alcune parole del curatore; il resto del testo è quello originale della studentessa Chiara Dereani, che si ringrazia per l’autorizzazione alla pubblicazione e alla diffusione del suo prezioso elaborato.

“I miei nonni materni si chiamano Anna [Riccobon] e Sergio [Micheli]. Entrambi sono nati a Capodistria, piccola cittadina costiera dell’attuale Slovenia. La nonna è nata nel 1930, il nonno nel 1927, entrambi fanno parte dei tanti profughi giuliano dalmati che nel dopoguerra lasciarono le proprie terre per poter mantenere la nazionalità italiana. Mio nonno Sergio proviene da una famiglia di pescatori / navigatori: suo padre lavorava in un motoveliero che trasportava materiali e derrate lungo tutto l’Adriatico, dopo la guerra trasportava anche passeggeri.

Dopo la scuola primaria il nonno si iscrisse prima al ginnasio di Capodistria, poi al liceo classico, che riuscì a frequentare fino all’età di 17 anni (seconda liceo). Nel 1944 fu reclutato dai tedeschi – che avevano occupato la città – come aggregato per la costruzione di bunker e trincee al confine tra Trieste e Fiume [nella Organizzazione Todt]. Da lì tornò a Capodistria nel febbraio del 1945 e [fu] arruolato nella Guardia civica, per il pattugliamento della città. Finita la guerra tornò a casa. Non terminò gli studi.

La famiglia di Anna [la nonna] era di origini contadine, durante i primi anni visse in una grande casa che ospitava più generazioni della stessa famiglia poi, quando aveva 18 anni, questa famiglia di tipo patriarcale (che in alcuni momenti aveva raggiunto le 18 persone) si divise e la nonna, con i genitori e due sorelle, andarono ad abitare in una casa più piccola e unifamiliare. Del periodo della guerra la nonna ha ricordi di paura – in particolare delle lotte tra partigiani e tedeschi – anche perché nella famiglia in cui viveva c’era uno zio partigiano e la sua casa era spesso controllata dai tedeschi.

I nonni si sono conosciuti quando lei aveva 15 anni e lui 18, si sono sposati nel 1953. Alla data del matrimonio da tempo era iniziato l’esodo degli istriani, da quando con il Trattato di Parigi – siglato il 10 febbraio 1947 – fu istituito il Territorio Libero di Trieste e [furono] costituite la Zona A [del TLT], amministrata dagli angloamericani, e la Zona B [del TLT], controllata dal governo jugoslavo.

Nel 1954 – poco prima del Memorandum di Londra che sanciva che la Zona A sarebbe passata all’amministrazione provvisoria del governo italiano e quando era ormai chiaro che la Zona B non sarebbe mai tornata all’Italia, il nonno propose alla nonna di lasciare Capodistria per rifugiarsi a Trieste, dopo aver lasciato tutto quello che avevano.

A Trieste, nei primi mesi, furono ospitati nei cosiddetti ‘Campi profughi’ [ce ne erano 18 in città]; in un primo tempo nel quartiere di Opicina, dove uomini e donne vivevano separati: la nonna fu ospitata in una antica villa, il nonno insieme ad altri uomini in un vecchio edificio fatiscente predisposto con camerate per ospitare i profughi. Dopo alcuni mesi si trasferirono, questa volta insieme, prima in alcune case prefabbricate (‘baracche’) nella zona di San Sabba, infine di nuovo a Opicina.

 Il campo profughi consisteva di diversi edifici prefabbricati in legno, freddi d’inverno e caldi d’estate; il campo era recintato, dopo le 22,00 veniva chiuso e non era consigliato uscire. I servizi igienici e le docce erano in comune. Mia zia Elvia è nata nel 1955 nel Campo Profughi di Opicina, dove ha vissuto fino all’età di 5 anni, quando si sono trasferiti a Udine.

Non hanno mai rimpianto la scelta fatta. Solo il nonno parla con nostalgia del mare che ha lasciato. È un esperto conoscitore dei venti e riesce a fare sempre delle buone previsioni del tempo attraverso l’osservazione del cielo, lo studio del suo barometro torricelliano, il calcolo delle fasi lunari e l’aiuto di alcuni proverbi e ‘detti’ del suo paese”.

“El campo profughi de Villa Carsia [Opicina, TS] barache xe entrade in funsion nel giugno 1956 e anca noi i ne ga portado là nel giugno 1956 da Sistiana mare. Foto del corso giardinieri, insegnante il signor De Franceschi. Il corso aveva l’intento di tener occupati gli uomini”. Messaggio tra Mario Lorenzutti e Fabio Ceppi del 3.2.2020 nel gruppo Facebook “Amici profughi istriani”

Quando c’erano le jugolire

Ecco un racconto istriano. “A Pinguente nel 1945-’46 – ha detto Vittore Mattini – i rivava i pacchi dei aiuti angloamericani e i croati ne li vendeva per le jugolire. La paga de un mese in jugolire o in dinari bastava per la stoffa de un vestito da far dal sarto”.

La lira triestina o spregevolmente chiamata la Jugolira, è una valuta introdotta dal governatore militare jugoslavo, il colonnello Vladimir Lenac. Nonostante il nome non circolò mai a Trieste, bensì nella zona di occupazione jugoslava della Venezia Giulia e a partire dal 16 settembre 1947, il giorno seguente la ratifica italiana del Trattato di pace di Parigi rimase in vigore solo nella Zona B del TLT fino al 1949. Economicamente questa valuta non aveva potere d’acquisto al di fuori della Zona B, ma venne resa obbligatoria la conversione da lire italiane a jugolire, con un cambio forzoso di 1:1, delle valute in lira italiana portate da chi provenendo dalla Zona A entrava nella Zona B giuliana, permettendo in tal modo la raccolta, da parte delle autorità jugoslave, di valuta pregiata.

Le guardie confinarie (graniciari) sequestravano – e rubavano – di tutto, persino il vestiario. “Me gà portado via 16 mila dinari – ha detto Alma Visintin – prima iero andada a Buje per gaver el lasciapassare per la Zona B. Semo vignudi via senza bagagli, senò te rimandava indietro. Non si salutava nessuno, senò i titini vigniva a saver e i te fermava. Rivada a Trieste, la questura me gà dà el biglieto del treno per Udine per el Centro smistamento profughi. A Trieste in San Sabba iera un Campo stranieri dove no ze podeva neanche uscir in passeggiata”.

Ecco un altro testimone. “Ero militar in Grecia, dopo in Russia – ha detto Pietro Buttignon – e nel 1945 da Minsk in tradotta ne manda fin a Budapest, Vienna e Monaco. Da lì con tradotta dei americani verso il Brennero, Verona, Mestre e in camioncin fin a Monfalcon. Dopo rivo a Trieste, al Campo profughi del Silos e a sfolladi de Pinguente domando se i ze vivi i miei genitori. Iera vivi e mia mama dizeva ‘ Vian a Pinguente’. No, mama, che no vegno finché i canta i titini. Dopo son andado, gò visto mama e no son tornado più. Nel 1948 iero militar alla caserma ‘Spaccamela? De Udine. I miei ze scampadi e gà passado 5 anni al Vilagjo de Fero, prima de gaver una casa al Villaggio Giuliano”.

Francobollo della Repubblica Sociale Italiana, con stampigliatura “3-V-1945 Fiume Rjieka LIRE 2”, in alto a destra (a seguire, in senso orario). Francobollo del Territorio Libero di Trieste da 10 Lire, con stampigliatura “Amg Ftt”, ossia: Allied Military Government Free Territory of Triest, 1947-1954. Francobollo del Governo Militare Alleato della Venezia Giulia da Lire 2, con stampigliatura: “Amg Vg”, ovvero: Allied Military Government of Venezia Giulia. Francobollo iugoslavo da 5 dinari, timbrato nel 1957.

Fonti orali

Si ricordano e si ringraziano, per la gentile collaborazione, i seguenti informatori, menzionati con luogo, anno di nascita e data dell’intervista (int.), che è stata effettuata, con taccuino o altri supporti, a Udine da Elio Varutti, se non altrimenti indicato; si ringraziano gli altri intervistatori del progetto coordinati da E. Varutti.

Ferruccio Bressanutti (Trieste 1905-1985), informazioni di Alessandro Burelli di Fagagna (UD), del 30 dicembre 2005.

Stelio Bucci, Trieste 1930, int. del 1° aprile 2012 a cura di Laura Khasanova.

Pietro Buttignon, Patacela (Pinguente 1917-Udine 2007), int. del 28 febbraio 2007.

Fabio Ceppi, Fiume 1953, ha vissuto a Capodistria, int. del 25 ottobre 2013 a Bibione di San Michele al Tagliamento (VE).

Mariagioia Chersi in Laudicina, Parenzo 1942,  int. del 23 marzo 2015.

Adelchi De Rosa (Rive D’Arcano 1918-1997), informazioni di Alessandro Burelli di Fagagna (UD), del 30 dicembre 2005.

Marinella De Calò, Trieste 1920, int. del 28 gennaio 2015.

Alice De Rosa (Rive D’Arcano 1908-2004), informazioni di C. Burelli, del 17 e 18 gennaio 2006.

Alfio Laudicina, Pola 1933, int. del 13 marzo 2015.

Vittore Mattini, Là de Maria Osso, Pinguente 1929, int. del 15 febbraio 2007.

Nerea Mazzoli, Trieste 1922, int. del 25 novembre 2011 a cura di Désirée Mariotti.

Aldo Suraci, Fiume 1940, int. del 17 ottobre 2017.

Cenni bibliografici

“Altre centinaia di italiani stanno per abbandonare la Zona B”, «L’Arena di Pola», N.S., X, n. 354, 1° settembre 1954, p. 4.

Chiara Dereani, Tra l’essere qui e l’essere là. L’esodo delle popolazioni giuliano dalmate, tesina di diploma, classe 5^ A, Liceo scientifico “G. Marinelli”, Udine, anno scolastico 2013-2014, dattiloscritto.

“Inizia il rimborso delle spese di trasporto dalla Zona B”, «Messaggero Veneto», 3 settembre 1958, p. 5.

Cartolina di Trieste, viaggiata negli anni ’40.

Collezioni familiari

Fabio Ceppi, Bibione, San Michele al Tagliamento (VE).

Famiglia Conighi, esule da Fiume, Udine.

Servizio giornalistico di Elio Varutti. Attività di ricerca e di Networking a cura di Maria Iole Furlan, Sebastiano Pio Zucchiatti e E. Varutti. Copertina: Trieste di nuovo italiana, 26 ottobre 1954. Piove, ma in città è un tripudio per l’arrivo dei bersaglieri. Collezione famiglia Conighi. Fotografie di E. Varutti, da collezioni varie, del web, o dall’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua sede in Vicolo Sillio, 5 – 33100 Udine. Telefono e fax 0432.506203 – orario: da lunedì a venerdì  ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin.

Pubblicato da eliovarutti

Comitato Esecutivo dell'ANVGD di Udine

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